Si prostrò ginocchioni dinanzi alla sua seggiola, fra i singhiozzi ripetè le preghiere di suffragio pei morti, alternandole col frate, il quale erasi con lei inginocchiato; udì con rassegnato accoramento le ultime affettuose parole e le tenere scuse che le mandava il suo Francesco: intese con che coraggio fosse egli, un'ora prima, salito al supplizio in pace con sè stesso e cogli uomini, e conducendosi a mano il suo fanciullo, a cui aveva sperato essere scorta sul cammino di una vita splendida e nominata, e in quella vece lo doveva sorreggere sulla scala infame del patibolo.
I pensieri dunque della Margherita non avevano più dove arrestarsi in terra: dunque il cielo, oltre essere il porto da tante procelle, era anche il solo luogo dove oramai potesse ella confidare di raggiungersi con quei suoi diletti, unica speranza, unico suo voto da tanto tempo. Colla confessione terse le macchie che potessero aver appannata l'anima sua, santificata prima dalla beneficenza, poi dagli affanni, e colla fiducia di chi è ben vissuto, si dispose a presentarsi al tribunale di un Dio, la cui giustizia è così diversa da questa inumana del mondo.
In quel mezzo la città seguitava tranquillamente le sue fatiche ed i suoi riposi. L'alidore della stagione, la scarsa vendemmia di quell'anno, la guerra che avevan temuta, la peste che temevano, l'ultimo balzello imposto, le domestiche faccende, i pubblici divertimenti, erano il tema vagabondo delle comuni conversazioni. Alcuni parlavano del supplizio eseguito quella mattina; altri annunziavano che il giorno da poi s'aveva a giustiziare qualche altro: ma i privati sofferimenti non dovevan dissestare i negozi e gli interessi comuni. Abitudine antica: giacchè frà Buonvicino nell'osservare un siffatto contegno, ricordavasi come già dai suoi tempi, Isaja lamentasse che mentre il giusto perisce, non v'è chi in cuor suo vi pensi[37].
I membri della commissione di giustizia, alle care famiglie, ai raccolti amici, nelle case, sotto i coperti, raccontavano gli andamenti di quel processo, il gran da fare che si ebbe per convincere persone, che si ostinarono sempre a protestarsi innocenti: ma si sentivano, dicevano essi, tolto un peso dal cuore coll'aver, dopo sì gran tempo, esaurita una causa tanto importante e avviluppata.
Che se alcuno domandava loro se la sentenza fosse stata giusta, dimostravano che era stata legale.
Il signor Luchino quella mattina abbandonò Milano, per passare un pajo di giorni a Belgiojoso, villa tanto opportuna per le caccie in quella stagione. Usciva con lui la signora Isabella, che della lontananza del bel Galeazzino sapeva e darsi pace e rifarsi. Cavalcava con essi di conserva l'arcivescovo Giovanni, che nell'attenta pettinatura della corona di capelli che circondavangli la rasa testa, e nell'esattezza delle pieghe e nella disposizione di una grande tonaca rossa foderata di zibellino, a maniche larghe, mostrava un desiderio più che scolaresco di far pompa di una bellezza che lo faceva primeggiare sovra tutti i prelati del mondo. Dietro a loro seguitava uno stuolo di amici, amici da Corte, e servi e cacciatori e palafrenieri. Il vulgo traeva ad ammirar que' bei cavalli, quelle stupende mude di segugi di Tartaria, quei falchi di Norvegia; vantava il lusso dell'arcivescovo, la furberia della signora Isabella, e la grande abilità di Luchino a trar d'arco, a cogliere col lancione una lepre, un cervo, un cinghiale.
Questo popolo, nel dare a Luchino il diritto di condannare a morte i rei, non gli aveva dato anche quello di fare la grazia? Una parola di lui poteva dunque camparli, anche secondo l'opinione di chi li tenesse per colpevoli. Ora non è micidiale del pari chi trucida e chi, potendolo impedire, nol fa? e potendolo così agevolmente?
Ma queste considerazioni non passavano per la mente al dabben popolo milanese—d'allora.
Si sarebbe desolato ove la grandine avesse guasti i campi: ma avrebbe creduto follia il togliersi fastidio per un'ingiustizia che si commetteva a carico di altri cittadini.