E singhiozzando gli posava le candide mani sovra la testa piegata.—Perdono io non devo accordare a voi, che non mi offendeste. La vostra memoria mi restò sempre come schermo contro gl'inganni del mondo. Nei pericoli della gioja, fra i sinistri consigli del dispetto, io ripensava ai vostri nobili patimenti, io mi ripeteva, Che ne dirà Buonvicino! Ed ora che son qui… Ah! di quel che vi devo non potrà retribuirvi che Dio».

Lo rilevò di terra, gli mostrò quel rosario, quella croce; e baciandola aggiungeva:—Quando voi me la donaste, vi ricorda? Voi mi facevi l'augurio che un giorno potesse tornarmi di consolazione. Quel giorno è venuto… così diverso da quanto nè io nè voi nè altri avremmo allora potuto figurarci… e le consolazioni mi sono abbondate! Amico, io voglio morire con questa corona sul petto. Dopo che… io sarò… voi stesso levatemela dal collo.—Ah! il collo allora non l'avrò più… E serbatela sempre, in memoria della povera Margherita, che tanto e sì bene amaste».

Tacque, pianse, poi facendosi nuova forza, ripigliò:—Al signor Luchino andrete voi; voi stesso, ve ne prego: fate anche questo sacrifizio per me. E direte che gli perdono: Troverà egli superba questa parola? Ditegli che in paradiso pregherò per lui… che abbia compassione della mia povera patria. È questo il voto di una morente».

Qui nuovo silenzio, nuovo pianto, da cui la destò un altro botto della campana ferale; onde riprese:—Buonvicino, amico mio, vero amico… addio! addio! ci troveremo in cielo, e presto!»

Si sforzò di proferire con fermezza queste parole, ma il singhiozzo gliele ruppe in gola: il frate ripetè «Presto!» indi si trasse il cappuccio sugli occhi, e s'avviarono.

Già in piazza de' Mercanti era stato raccolto un visibilio di popolo, o dalla curiosità, o dal non sapere che altro farsi, o dal gusto plebeo di contemplare la soffrente natura, o dal contento di vedere una giustizia o una vendetta. Il caso, non così frequente, d'una donna condotta al supplizio, fece trarre anche più gente del consueto.

Da un giuggolo, o come diciamo noi lombardamente zenzuino, aveva preso nome un'osteria, presso alla quale erano il ricetto delle male femmine, cinto di mura, e la casa del carnefice, dietro al palazzo di giustizia, ove durò fin testè. Da quell'osteria, da quel lupanare molta gente sbucò quando videro mastro Impicca avviarsi cogli orribili attrezzi del suo mestiere, e sempre nuova turba gli si affilava dietro per la strada. Gli artieri, smettendo il lavoro s'invitavano uno coll'altro.

—Dove vai?

—Al broletto nuovo a vedere. E tu, non ci vieni?

—Un momento, e verrò anch'io».