—Ma che tarda?» si chiedevano l'uno all'altro, ed era un diffuso ronzío di curiosa impazienza, nè più nè meno di quanto in teatro indugiano al alzare il sipario.
—Che le avessero fatta la grazia?» domandava qualcuno.
—Per me tanto e tanto n'avrei piacere»: e il pubblico in fatti ne avrebbe avuto piacere tanto, quanto della esecuzione, perchè l'una e l'altra gli offrivano del pari argomento di ammirare, di scuotersi, di discorrere, di censurare, e di applaudire.
Ma presto furono tolti da quest'idea al vedere sulla parlera, che già era stata coperta di uno strato nero e di cuscini di velluto, uscire i principali magistrati, il podestà, il suo logotenente, e sopra gli altri distinto il capitano Lucio. Ve l'ho replicato che la giustizia era atroce, ma non ipocrita, e venivano a rimirare il compimento del loro lavoro.
Poi non tardò a vedersi un brulicare più vivo nei vichi strettissimi di là intorno, a sentirsi un susurro, un ronzío più fitto, più pronunziato verso il portone che esce sulla Pescheria vecchia, per dove appunto doveva sfilare la compagnia ferale, dopo fatto un lungo giro affinchè a maggior numero fosse dato godere della scena o profittare della lezione.
—È qui, è qui», cominciavasi a dire: e come un drappello di difensori della patria al cenno di un prepotente caporale, così tutta quella calca si leva in punta dei piedi, tutti i colli si protendono, tutte le teste si piegano a quella banda, tutti gli occhi. Ed ecco, all'accelerato rintocco della campana, comparire dapprima uno stendardo nero orlato di argento, sul quale era effigiato uno scheletro in piedi, colla falce nell'una, l'oriuolo a polvere nell'altra mano; alla sua dritta un uomo col capestro al collo; a sinistra un altro col proprio teschio nelle mani. Dietro, coppia a coppia, si affilavano i fratelli della Consolazione. Erano una devota scuola, fondata in Santa Marta dei Disciplini alla Romana, come chiamavasi un oratorio, che poi fu ridotto in una delle meglio architettate chiese di Milano. Di questa scuola che poi fu trasferita in San Giovanni alle Case rotte, era principale istituto il confortare i giustiziati e suffragarli. Procedevano i confratelli in una veste di tela bianca collo strascico, e col cappuccio tutto cucito in giro, sicchè non potevasi levare che colla tunica stessa; al posto del viso non vedevasi che una croce di scarlatto, sotto i cui traversi si aprivan due forellini, tanto solo da dar luogo alla vista; sopra il cuore portavano una medaglia nera, dove era effigiato un Gesù crocifisso, con ai piedi della croce il teschio del santo Precursore; discinti in vita, colle mani giunte entro le maniche cascanti, avevan sembianza di notturni fantasmi. Gli ultimi portavano un cataletto, mentre a coro in lugubre melodia, cantavano il Miserere:—cantavano le esequie, portavano la bara per uno che era sano tuttavia.
Fendendo la turba giunsero presso al patibolo, ove deposero il letto funereo: e su per la scaletta e a piè di quella si schierarono in due file per ricevere tra loro la condannata, formando quasi una barriera fra il mondo e un essere che, di lì a pochi istanti, cesserebbe di appartenervi.
Ed ecco, tratto da due bovi guarniti a nero, avanzarsi lentissimo un carro, e sopra quello la povera nostra Margherita.
Per obbedire a quel vago sentimento, che comanda di ornarsi per tutte le cerimonie, anche le più melanconiche, la Margherita aveva voluto accomodarsi di un abito nero decente, e ravviarsi, e lisciare i capelli, il cui nero lucente viepiù spiccava sulla fredda uniforme bianchezza di una pelle morbidissima ma patita. Sul collo, dove un tempo le perle facevano gara di candidezza, ora appena le coccole del rosario parevano segnare la traccia, che fra poco la mannaja solcherebbe. Fra le mani giunte stringeva la crocetta pendente da quello, senza rimuovere mai gli occhi che già solevano splendere di giuliva benevolenza, ed ora, sbattuti in dogliosa spossatezza, non vedevano più che un oggetto, una speranza.
Le sedeva a canto frà Buonvicino, ancor più pallido di lei se era possibile, con alla mano la crocifissa effigie di Colui che patì tanto prima di noi, e per noi; e le andava tratto a tratto suggerendo una preghiera, un conforto: di quelle preghiere che nei giorni della gajezza infantile c'insegnano le madri, e che rincorrono opportune fin nei momenti più disastrosi.—Signore, nelle vostre mani raccomando lo spirito mio.—Maria, pregate per me nell'ora della morte.—Esci, anima cristiana, da questo mondo che ci è dato per esiglio, e torna alla patria celeste.—In paradiso ti rechino gli angeli, santificata dai tuoi patimenti».