Nessuno guardava ad altri che a lei. Benchè sfinita da tanti martirj, benchè colle traccie in viso della morte vicina, quando la videro esclamarono tutti:—Oh com'è bella! Così giovane!» e più di una lagrima cadde in quel punto, più di un sudario di seta coperse gli occhi delle signore; più di un guanto, usato ad impugnare lo stocco, asciugò o respinse il pianto che spuntava sul ciglio dei cavalieri. E si voltavano a guardare verso la tribuna, verso Lucio, se mai sventolasse la fusciacca bianca in segno di grazia.

Dietro al carro, colle braccia avvinte al tergo, sì stretto che la corda entrava nella carne, scarmigliato il crine e la barba giovanile, bendata la testa con un cencio di fazzoletto, in lacero arnese, serrato fra i soldati, arrancavasi ai piedi zoppicando e doglioso, un altro nostro conoscente, Alpinolo. Le percosse rilevate la notte della fuga non l'avevano ucciso, ma solo tramortito; poi, rinvenuto, i medici si adoperarono a restituirgli la salute, intanto che i giudici si preparavano a togliergli la vita.

In fatti anch'egli venne sottoposto al giudizio, che però, trattandosi non di un uomo, ma di un soldato, era sciolto da tante formalità, e affidato alla spicciativa procedura dei suoi capi. Ma questi non riuscirono mai a farlo parlare: i tormenti più squisiti furono adoperati: come fosse poco lo slogargli le braccia, gli fu applicato il fuoco alle piante dei piedi finchè ne scolasse l'adipe; ficcategli delle punte sotto alle unghie: oppressogli il petto con enorme peso: tutto soffrì senza contorcersi, senza proferire una sillaba. Soltanto una volta, che gli spasimi doveano averlo posto fuori di sè, fu inteso proferire queste due voci, Poveretta e Padre mio.

Non appena fu qualche istante lasciato libero, tentò sfracellarsi il cranio contro delle pareti, onde da quell'ora fu continuamente guardato a vista. Ma chi egli fosse, nessuno lo sapeva: i camerata lo conoscevano pel Quattrodita e nulla più: lombardo pareva alla bastarda pronunzia, ma nè del nome nè della condizione sua non si potè venire in chiaro, onde colla semplice indicazione di—un soldato per soprannome il Quattrodita—, venne condannato a dover fare da boja nel supplizio dei Pusterla, e dopo di loro essere giustiziato anch'egli; il suo cadavere tratto a coda d'asino alle forche fuori porta Vigentina, e ivi lasciato impeso per pascolo dei corvi.

Neppur dopo condannato vi fu modo di fargli aprir bocca; se non che, allorquando fu interrogato, secondo l'uso, se prima di morire avesse nulla a dimandare, chiese gli si restituisse l'anello che aveva sempre portato in dito. Quell'anello, unico suo bene ereditario, gli rammentava, se non altro, di avere avuto una madre, ora che gli toccava di morire senza aver adempito quella che era stata l'idea fissa di tutta la sua vita, cioè di trovare l'autore dei suoi giorni: onde, allorchè gli fu esaudita la domanda, se lo ripose in dito colla devozione di un moribondo.

Quando Francesco e Venturino furono condotti a morte, Alpinolo era stato trascinato ai piedi del palco, perchè, secondo la sentenza, dovesse fare le veci di manigoldo. Ma era facile eseguire la condanna in ciò che concerneva il suo cadavere, non era altrettanto nell'armargli la mano contro di coloro, che tanto aveva egli fatto per salvare. Intimatogli quell'ordine ferocemente insensato, e scioltegli le mani, esso entrò in tal furia, si pose in atto così minaccioso, che n'ebbero di grazia a legarlo di nuovo, persuasi che, fin quando gli rimanesse fiato, non si piegherebbe a tanta infamia.

Anche senza di ciò, nel veder sul patibolo que' suoi cari, nel pensare che avea contribuito a condurveli, considerate come Alpinolo si sentisse nel cuore! Se non che gli fu di alcuna consolazione il trovare che la Margherita non era con loro.—La tigre (disse fra sè) rimase satolla col sangue nostro».

Come ebbe veduto balzare la testa del fanciullo, poi quella del padre, versando dalle pupille grosse lagrime, più di rabbia ancora che di dolore, si mosse francamente per porgere il collo al manigoldo, credendo che allora fosse la sua volta. Ma in quella vece si vide rimosso dal palco, senza conoscere il perchè, tratto ancora al suo fondo di torre a macerarsi un altro giorno, compassionando il giudizio veduto, e paventando la vergogna di un perdono e la gratitudine della clemenza.

Ma al domani fu cavato di nuovo, e il suo tormento giunse veramente al colmo quando scôrse la Margherita, la sorella di Ottorino, la sua amica, la signora sua, tratta sul carro dei malfattori a rinfrescare col suo sangue il sangue del consorte e del figliuolo. Così incatenato ne seguiva il lento cammino, cogli occhi il più spesso inchiodati a terra, talvolta balestrandoli sopra la moltitudine, quasi per cercarvi o il generoso coraggio che strappasse la vittima al tiranno, o almeno la generosa compassione, il cui fremito è compenso ai più rovinosi colpi dell'iniquità potente. Ma non avvisando in tutti che una indolente curiosità, atterrava novamente gli sguardi in atto di fiero disprezzo, e li riposava su quelli della martire; e allora esalava un sospiro dal più profondo del cuore.

Come l'onda trabocca al levare della chiusa che la reggeva in collo, così dietro ai soldati che tenevansi in mezzo Alpinolo, si rinchiudeva la folla divisa, e si accalcava, ingegnandosi di mettere il passo innanzi a chi gli aveva preceduti, per vedersi poi oltrepassati anch'essi dai nuovi che sopravenivano. E già il carro era ristato ai piedi del palco: un solenne silenzio possedeva la turba spettatrice. La Margherita smontò, accostossi alla scala—la scala che per lei era quella del paradiso. Il carnefice, discesole incontro, le porse la lurida mano, come per ajutarla a salire. Era la mano che, il giorno innanzi, si era intrisa nel sangue dei suoi diletti! La Margherita, con un fremito istintivo, ma senza odio, la ricusò, e con passo quanto più poteva sicuro, incominciò a montare.