Ramengo, sotto alla maschera della pietà, celava uno di quei cuori nefandi, che l'ira di Dio slancia talvolta sulla terra per una prova, e per un saggio dell'inferno. Guatava egli la Margherita, siccome pago della spasimata vendetta; e quando mirò spiccato il bel capo, si sporse avanti, struggendosi di potere, come quegli altri sciagurati, smorzare la lunga sete col sangue che ne sprizzava, e del quale alcune goccie gli chiazzarono il bianco vestito; contemplò, numerò, analizzò le spasmodiche contrazioni della faccia moribonda, il pallore che la occupava man mano che abbandonavala il sangue, il rotare degli occhi, che, più sempre affondandosi nelle orbite, parevano ingordi della luce violentemente rapita; s'immaginò perfino che uno sguardo ultimo lanciassero sopra di lui, ed esclamò:—Ora sono soddisfatto».

Mentre il carnefice, rimovendo la raschiatura inzuppata di sangue, e collocando nella bara il tronco esanime, che sotto al suo piede aveva cessato il doloroso vibrare, esclamava «E uno». Ramengo, girando la vista, si trovò dinanzi il soldato sconosciuto, che con coraggio cupo e taciturno montava sul patibolo. Pallido e sbattuto per le ferite del corpo e dei patimenti dell'animo, la morte istante non lo agitava però, nè deprimeva la fierezza della sua fronte, somigliante, a quella di un angelo decaduto, che si orgoglia del suo peccato, e non vuole perdono.

Appena gli vennero sciolte le mani incatenate alle reni, di schianto, siccome allo sbandarsi di una molla, se le recò alle labbra baciando l'anello. Quel diamante, fiammeggiando sugli occhi di Ramengo, gliene dovette richiamare alla memoria uno somigliante, che aveva altre volte posto in dito alla sua Rosalia, e poi trovato nella capanna di quei mulinaj sul Po. Questo vago senso e momentaneo si tramutò ben tosto in un fiero sbigottimento allorchè vide il condannato trarsi l'anello dal dito, affisarlo teneramente, baciarlo, premerselo al cuore, baciarlo di nuovo; indi, coll'espressione di chi si divide dalla cosa che più di tutte ha cara, che anzi unica ormai ha cara sopra la terra, porgerlo al garzone del manigoldo, e dirgli:—Tieni; dopo morto, va e seppelliscimi presso a quella santa».

Tra quel fatto, Ramengo avea osservata la mano di Alpinolo, con un dito meno: il dito appunto che esso aveva reciso al suo figliuolo, allorchè gli trasse nel suo geloso furore; quel dito, quell'anello, il suono delle parole misero il colmo alla sua agitazione. Si fece un passo avanti, spinse il braccio, e rapito l'anello di pugno al manigoldo, esclamò:—Lascia vedere! lascia vedere!»

Rimase questi attonito all'atto. Alpinolo gli fissò sul viso mascherato gli occhi tra curioso e indispettito; l'altro, mirando il condannato, fra i lineamenti scomposti e alterati non esitò a raffigurarlo. Raffigurò Alpinolo, il figliuol suo,—quello che tanto aveva desiderato, tanto cercato,—quello che solo poteva restituirlo alle consolazioni dell'amore, alle speranze della vanità, all'invidia del mondo; lo trovava, ma col piede sul patibolo, e portatovi da lui medesimo.

Non si ritenne: e come fuor di sè gridando,—Alpinolo, Alpinolo, ti ravviso», si scagliò tra il carnefice e lui, che già era salito sul pianerotte. Alpinolo ristette maravigliato nell'udire una voce che a nome pareva richiamarlo alla vita. Il carnefice, non sapendo spiegare questa scena, rimase un tratto sospeso, poi gridandogli,—Via, sgombrate, toglietevi fuor dei piedi», tornava per afferrare la vittima a sè destinata.

Ma quel rimbaccucato, opponendosegli a viva forza,—No, no, (gridava), egli non deve morire, no… Egli non è quello che è creduto… Non è un soldato mercenario… S'è infinto. È il bravo scudiere Alpinolo: quel desso che salvò il signor Luchino a Parabiago.—No, signori, no… non deve essere ammazzato così come un assassino.

—Che bubbole mi contate? (ripigliava mastro Impicca.) Sia chi si voglia, il mio mestiere è di ammazzarlo. Credete che io non sappia far la festa anche ad uno scudiero? Le vostre ragioni dovevate dirle al signor vicario.

—Sì (replicava Ramengo con ansietà), il signor vicario le sa; non lo ha condannato: è un puro sbaglio… Per lui mi ha dato l'impunità, per lui… Aspetta… per carità… un momento… sospendi… Signori soldati, badate: questo qua, che si finse un vostro camerata, è lo scudiero Alpinolo, quel che fece prodezze a Parabiago—l'avrete certo sentito a menzionare, eh? Bene, è desso; e s'è fatto vostro compagno. Ma voi certo non soffrirete che un camerata vostro vada alla forca.—Udite, datemi mente.—Non dico di salvarlo ingiustamente: ingiustamente il lasciereste morire…. Di grazia, fate sospendere un momento… una mezz'ora sola. Vi prego, vi scongiuro, per le vostre donne, pei vostri figliuoli… C'è nessuno fra di voi che abbia moglie? che abbia un figliuolo? Fate che aspettino: chiamate il vostro capitano. Ehi, signor Melik, lei che è così bravo, così valoroso…. questo giovane non è quel che credono; lo guardi, non lo conosce? ha combattuto con lei il giorno di santa Agnese: dov'ella s'è fatto tanto onore. E quando il signor vicario saprà chi è, li castigherà se l'avranno lasciato finire a questo modo… perchè egli, il signor Luchino, mi ha rilasciato lettera d'impunità.—No, non deve morire.—Che? a Milano comanda il principe o il boja?—Non ha da morire, no!»

E bruscamente respingeva la branca del manigoldo, stesa impazientemente sopra di Alpinolo. All'ascoltar queste parole recise, affollate, emesse traverso al panno della visiera col gorgoglio di un fiasco, pel cui collo angusto si versi l'acqua della pancia capace, con un tono di angoscia, di affetto, di spavento, i soldati si guardavano l'un l'altro in viso; il capitano, che non sapea rendersene ragione, facevasi più d'accosto per conoscere il vero: se Lucio fosse stato ancora presente, sarebbero ricorsi a lui per nuovi ordini: ma egli, tosto che vide compiuta la sua giustizia, senza curarsi più che tanto di un soldato, che nè tampoco aveva un nome, se n'era ito a desinare. Tutto il vulgo spettatore accalcavasi viepiù da quella parte; e,—Chi è quel mascherone?—che fa colà tra il boja e il condannato?—cosa predica?—perchè questo ritardo?» e i più lontani facevano prova di aprirsi un varco a spintoni; quelli arrampicati sugli sporti o accomodati ai balconi, ai loggiati, alle finestre, sporgevansi in fuori a guisa dei passeri nidiaci, allorchè sentono la madre ritornare coll'imbeccata.