Mastro Impicca, sazio dell'indugio, battendo il piede così, che fece sobbalzare e sonare tutto il palco, esclamò con dispetto:—Ho altro a fare che dar ascolto alle tue fandonie, mascherone maledetto! Fatti da banda. In un batter d'occhio te lo spedisco, e dopo gli farai complimenti quanti vuoi»; e si accingeva a ridurre queste parole in fatti.

Ma Ramengo ripigliava:—No, no. Ti dico che tu non ci hai a far nulla: che fu condannato in iscambio: Ha il breve d'impunità: gliel'ho ottenuto io… O che? non deve valere il decreto fatto, firmato e suggellato dal vicario di un imperatore? Se tu sapessi quel che ho fatto per ottenerglielo! E ora il frutto di tante fatiche farmelo perdere a questo modo?»

E perchè il manigoldo, incapace di ragioni come di pietà, metteva risolutamente le mani alla vita di Alpinolo, Ramengo, inferocito, lo percosse di tale spunzone nei fianchi, che, cogliendolo improvviso, lo gettò ruzzolone dal palco. La plebaglia, vedendo a cascare il carnefice, ruppe in alti schiamazzi, in un batter di mani, in un bravo! bene! come quando vedeva un bel colpo alla pallamaglio. E Ramengo, lanciatosi al collo di Alpinolo, vedendo che i soldati si movevano per mettere un termine colla forza a questa nojosa resistenza,—Signori soldati (esclamava), signor capitano, voi, gente così generosa, volete ora venire a dar mano al boja, voi? a fare da boja voi stessi? Vergogna! Io posso farvi del bene. Dei denari ne ho molti, ne ho troppi—ve li darò—ve ne darò finchè ne volete, ma deh! ajutatemi, soccorretemi a camparlo. Giù le mani, canaglia! cosa credete, che egli sia carne venduta al pari di voi?… Egli è… è mio figliuolo!»

Il condannato fino a quel punto non avea compreso nulla più che gli altri della pietà inattesa e disinteressata d'uno sconosciuto, così lontano dall'idea, che purtroppo egli erasi formata della universale nequizia e vigliaccheria. L'udirlo parlare di impunità, di grazia ottenutagli, il vedere frapposto un ostacolo alla sua morte, che anche pei meglio risoluti è un gran passo; la premura appassionata che traspariva da ogni parola, da ogni gesto di quell'incognito, lo tenevano assorto e in dubbio, come uomo che sta sur un filo tra la vita e la morte. Ma appena udì quella parola di figliuolo, tutto si riscosse, ed esclamò:—Come?… figlio? voi mio padre?»

Sventurato! mai in tutta la vita sua non aveva inteso dirigersi quella parola soave; non aveva gustato mai la dolcezza dei domestici affetti; aveva sempre ambito, ma anche disperato di poter mai dire «O padre mio». Ed ora—Sarebbe possibile? questo sconosciuto sarebbe il padre mio? Eppure deve ben essere così. E chi altri se non un padre si curerebbe di un miserabile già sotto la mano del carnefice?

Quindi con inesprimibile sentimento accoglievasi tutto anch'esso contro Ramengo, lo abbracciava, trasaliva sotto gli amplessi di lui. Ora sì che il timore della morte lo invadeva! ora sì che avrebbe voluto ritrarre i piedi dal patibolo, tornare alla vita, dove gli era preparata una soavità non assaporata mai; dove non si troverebbe più solitario: dove all'esser suo si mescolerebbe un elemento nuovo, da cui ogni cosa restava modificata tutt'altrimenti, e che, togliendogli quel nauseato dispetto degli uomini ond'era invaso da un pezzo, gli abbelliva i molti giorni promessigli dalla sua fresca età. Colla fantasia ne scorreva i casi; sedeva a un convito d'amore ignorato; ritesseva una tela di vicende, a fianco di un padre, sotto una mano amorevole, che lo esortasse, il reprimesse, l'applaudisse. Ma se da questo sogno, che in un atomo abbraccia tanto tempo, ricadeva sul presente, eccogli davanti un ceppo, fumante ancora d'un sangue prezioso, e dove, fra un istante, anch'egli verserebbe il suo, sotto agli occhi di una moltitudine indifferente, tra la quale forse sarà mescolato colui, quell'esecrato autore di tanti mali; e starà a contemplarlo e sorridere.

A tali immagini, il garzone, pur dianzi così sicuro, sgomentavasi come il fanciullo all'idea del fantasma, e altrettanto abborrendo dalla distruzione quanto prima l'avea desiderata, ascondeva la faccia contro il seno dello sconosciuto, e ripeteva angosciosamente:—Padre, salvatemi. Sì, sono Alpinolo; sono il figliuol vostro; salvatemi».

Queste parole inferocivano il vigore di quell'altro, il quale con una smania rabbiosa lo cingeva delle braccia convulse, strideva, chiamava il cielo, chiamava gli uomini, implorava pietà, giustizia…

Pietà, giustizia implorava egli!

Ma il conestabile Sfolcada Melik, nojato ormai di questo indugio,—Suvvia, (disse ai soldati) non sia mai detto che lasciaste ritardare la giustizia da un mascalzone. Animo: traetelo di là, e avanti».