A Luchino, occorre ch'io vel dica? quel tiro spiacque che niente più; non tanto per veder rivelato quel suo tafferuglio (alla fin fine erano peccati abituali, e sapeva egli stesso riderne e farne ridere) ma per aver mostrato a quella donna, al giullare, agli accorsi, la sua paura: cosa che con tanto maggior sollecitudine si nasconde, quanta più se n'ha. Cacciò mano alla misericordia, e Grillincervello non mangiava più pane se, lesto come uno scojattolo, non si fosse arrampicato sino in vetta di un olmo, dove, appollajato, serenò quella notte alla fresca.
Il dormirvi sopra attutì la bizza di Luchino, non però così, che non volesse farla scontare al buffone con altrettanta e maggior paura. Il domani, dietro mangiare, quando solevano introdursi i buffoni a cantare e spassare, e colle arguzie loro agevolare la digestione signorile, Luchino, voltosi ai tre suoi bastardi, alla moglie, al fratello arcivescovo e agli altri commensali, disse:—Voglio che ci divertiamo».
E ordina che venga Grillincervello.
Questo, al non vedersene più fatto cenno nè motto, argomentava che quella sua bizzarria fosse, come tante altre, messa sotto un piede. Pure, volendo meglio dileguarne la ricordanza col far ridere di più, si mise addosso una veste di raso perlato, che la signora Isabella aveva, pochi dì prima, regalato ad una delle mogli o femmine di lui. Piccinacolo com'era, se la strascicava dietro, e con quel ceffo da beffana, e due gran mustacchi cho s'era acconci, e con istrani reggimenti del corpo, avrebbe mossa a riso la malinconia in persona.
Tutti in fatto cominciarono le risa più grasse; ma Luchino no; anzi, con un piglio arcigno se altra volta mai, lo rimbrotta delle insoffribili sue petulanze, e comanda a mastro Impicca (personaggio il quale seguitava la Corte), che lo conduca davanti a quel casino istesso, e senza più, lo appicchi per la gola. Indi invita i commensali a vuotar colà alcuni fiaschi di San Colombano, e vedere il castigo del mal burlone.
Benchè il tono di Luchino gli paresse fiero e risoluto oltre l'ordinario, ed egli si sentisse in colpa, nonostante quello sciagurato, persuaso o volendo persuadersi non fosse altro che una celia, fece ogni prova per voltar la cosa in burla, con una affettata paura ed uno svenevole accoramento. E Luchino, sodo. Come dunque egli vide il padrone ripetere l'ordine con un fare davvero spaventevole, e nessuno dei circostanti mostrar segno di favore nè di compatimento, e il carnefice ghermirlo senza cerimonie, fu preso da tanto sbigottimento, quanta era dapprima la sua baldanza. Bianco siccome un panno lavato, tremebondo come un paralitico, non reggendosi sulle ginocchia, mentre il boja ora lo tirava, ora lo spingeva, strillava al pari di un'aquila, chiamava misericordia, e volgendo la faccia contrita, raccomandavasi ora al padrone, ora al prelato, ora ai figliuoli, e massimamente alla signora Isabella e alle dame di lei, rammentando ad esse che aveva tre mogli e una nidiata di puttini. Poi, vedendosi non ascoltato dagli uomini, non lasciò santo che non invocasse; implorava almeno di confessarsi, di salvar l'anima; ma nessuno facea viso, non che di esaudirlo, neppure di commiserarlo; e il maggior loro da fare era il tenersi serj e composti, a malgrado dell'enorme antitesi fra quel vestire, quel ceffo, e quelle supplicazioni. Ed oltrechè per abitudine non pendevan troppo alla pietà, volevano così tener mano con Luchino, sapendo non esser altro che una baja, da risolversi comicamente, e riderne poi per mezz'anno.
Intanto mastro Impicca arriva al luogo designatogli, getta la soga a cavalcione di un ramo di quercia da un capo, e dall'altro, formato un nodo corsojo, lo circonda al collo del buffone, e fattolo salire, o piuttosto portatolo su per quattro o cinque piuoli di una scala a mano, ivi appoggiata, gli da una spinta, e giù.
Un ghigno universale scoppiò allora fra gli astanti, nascosti nel bosco: giacchè, secondo l'intesa, non essendo il capestro assicurato al ramo, il buffone, invece di restarvi appeso e strangolato, cascò stramazzone sull'erba. Fattisi dunque tutti vicini ad esso, chi lo chiamava, chi lo urtava coi piedi, chi lo punzecchiava colla mazza o colla spada, e rinforzando le risa, gli ripetevano:—Ohe! sta su!—Che? ti sei addormentato?—Lazzaro, vien fuori» gli gridava l'arcivescovo; e Forestino soggiungeva:—Gua' come imita bene il morto».
Il fatto però stava che egli era morto davvero: lo spavento lo aveva accoppato. Questo principesco divertimento non dispiacque a tutti, molti anzi si tennero di buono al veder tolto di mezzo questo implacabile morditore.
—Visse come i cani di legnate e di buoni bocconi: come un cane sarà sepolto», disse Forestino prendendo al braccio e conducendo via la signora Isabella.