—Salute a noi finchè non torna lui», soggiunse Bruzio seguitandolo. Anche Luchino, volgendo un'ultima occhiata nel partire, esclamò:—Me ne sa male: mi faceva tanto ridere».

Al che monsignore:—Basta fargli dire del bene».

E Borso:—Puh! di buffoni non è scarsità»; e girava un'occhiata fra sprezzante e atroce sopra i cortigiani che stavano attorno.

Chi mi domandasse come la signora Isabella sentisse e sopportasse questi disordini del marito, e gli scorni che le recava, sarei costretto a rispondere: «Al modo di molte: facendone altrettanto». Quando essa partorì due figliuoli, Grillincervello diceva che Luchino poteva mangiare in venerdì la parte che vi aveva avuto; nel che pare che egli non desse lontano dal vero, attesochè, dopo morto Luchino, essa dichiarò che non venivanle da lui.

Una volta poi, essa, volendo trovarsi comodamente con un certo, anzi, con certi suoi innamorati, finse aver fatto voto di visitare San Marco in Venezia. Grossa comitiva di signori e dame principali delle varie città obbedienti ai Visconti, l'accompagnarono nel devoto e voluttuoso pellegrinaggio, e sull'esempio della principessa sfoggiarono in lusso e lautezze non mai più vedute, e ruppero in scandaloso libertinaggio. Tutto il mondo ne facea cronache: solo il marito, come suole avvenire, ne rimaneva all'oscuro, finchè l'astrologo suo Andalon del Nero, fingendo leggere nelle stelle quel che contavasi per tutte le barbierie di Milano e di fuori, ne diede notizia al Visconti. Questi consentiva ad essere tradito; ma ingannato, no: e, furibondo della beffa più che dell'oltraggio, mancò all'abituale sua dissimulazione, e lasciossi intendere che, con un bel fuoco, stava per fare la più grande giustizia che mai si fosse eseguita.

Non l'avesse mai detto. Isabella intese che bisognava prevenirlo. Come fu, come non fu, Luchino, di ritorno da una corsa, beve una coppa di vino, ed è preso da dolori atroci; chiamano quel dottissimo Matteo Salvatico, il quale nel visitarlo impallidisce, guarda in viso alla signora che piangeva e strillava, si pone un dito alla bocca, e chiesto che mal fosse, risponde in aria di oracolo:—Un bel tacer non fu mai scritto».

E Luchino morì, sette anni dopo il supplizio della nostra buona Margherita, e fu sepolto, dissero le gazzette d'allora, cum grande honore de cavalli et de bandiere, cum infinito dolore de l'arcivescovo et de la inconsolabile moglie, et incredibili lacrime de tutti li fedeli sudditi de Milano et contorni.

Quell'incredibili non si legge che in pochi esemplari genuini.

Dopo queste dimostrazioni, tutte del pari sincere, la signora lasciossi racconsolare, e il popolo obbedì volentieri al solo arcivescovo Giovanni. Era egli oltremodo magnifico, gran persecutore degli eretici, gran limosiniere, gran fautore dei letterati e del Petrarca, il quale e i quali seppero mostrarne la medaglia da un lato solo: la storia mostrò anche il rovescio a chi possieda lente per leggere di sotto la patina della retorica e dell'adulazione. Il popolo, accortosi di aver poco migliorato, desiderò disfarsene; e la morte ne lo disfece dopo cinque anni.

Non erano ancor finite le splendide esequie fattegli in pubblico, e le imprecazioni lanciategli in privato, che, per paura non mancasse un padrone, noi popolo col suffragio universale ci affrettammo di eleggere principi Bernabò, Galeazzo e Matteo, quei tre fratelli che i nostri congiurati avevano sperato liberatori del paese. Essi coi fatti davano segno di far ogni male, e i Milanesi se ne promettevano ogni bene. Il servire era diventato abitudine, abitudine non si può dire altrimenti che comoda; la lunga dominazione dei primi Visconti aveva associato al nome di questi l'idea di padronanza; onde, sebbene l'elezione si facesse dai novecento, scelti dal principe ad organi del voler popolare, si sarebbe creduto ingiustizia il non conferire il potere a un Visconti, non per altra ragione se non perchè un Visconti lo aveva avuto e abusato.