Quei tre, compromessi da giovani come nemici della tirannia, o, per dirla alla moderna, come liberali, sapete che non riuscirono migliori. Galeazzo e Bernabò per maggiore comodità di divisione, ammazzarono Matteo, e si spartirono lo Stato, facendo a chi peggio. Le lepide enormità di Bernabò, che diceva d'essere nei suoi paesi papa e imperatore, sono vive nella tradizione vulgare; e i Milanesi più non potevano durarle, quando un bel giorno intendono che Giovan Galeazzo, figliuolo e successore del bel Galeazzino, un'acquamorta, un santocchio, tirò in trappola lo zio Bernabò, e lo ha cacciato nel castello di Trezzo, a crepare di rabbia, se non fu di veleno.
Il popolo, tutto allegria di vedersi senza fatica liberato dal tiranno, gridò Viva la libertà, o unanimemente acclamò per padrone il nipote traditore. Questo non dirazzò dagli avi, e per esimere i Milanesi dall'incomodo di eleggere ogni volta il figlio o il nipote del morto, chiese dall'imperatore di Germania, e ottenne in proprietà questo bel paese. L'imperatore, contento di buscar soldi, gli concesse questa grossa porzione, senza tanto guardare a diritto, e colla cortesia onde io regalerei quel poderetto che mi hanno assegnato laggiù in Arcadia, quando ne fui acclamato pastore. Il popolo, stracontento di avere un duca, e un duca che fabbricava il Duomo di Milano e la Certosa di Pavia, assistette in affollato tripudio alla inaugurazione di esso e…
Nessuno ignora le vicende che da quel punto corse il ducato, or preda degli ingordi, or rapina dei prepotenti, or trastullo degli scaltriti, or dote di donne come i mobili e le mandre, finchè traverso a lunghi e indecorosi dolori, potè arrivare a quel riposo e a quella felicità che ciascun vede.
Se alcuno mi domandasse a che riuscì quel Lucio capitano di giustizia, che tanto erasi affaccendato a spegnere la razza dei ribelli, non si aspetti una fine cattiva, simile alle altre del mio racconto, le quali sarebbero troppe se non fossero storiche. Era diritto che il compenso venisse generoso a chi generosamente aveva ajutato il principe a liberarsi da' suoi nemici. Il lauto e delizioso podere di Mombello, confiscato come roba di ribelli, fu da Luchino concesso a Lucio, il quale si ritirava colà a riposo ogni qualvolta glielo consentissero le pubbliche occupazioni, e le cariche affidategli dalla gratitudine della patria, cioè del principe, in cui vantaggio continuò ad esercitare la lunga e onorata canizie.
In un oratorio, là tra Bovisio e Mombello, si vede ancora una grande arca di granito, con un epitaffio che loda la vita e piange la morte di uno, del quale sul coperchio si vede l'effigie ad alto rilievo, col berretto dottorale in capo e la toga fino ai piedi, e colle braccia incrociate sul petto, al modo onde muojono i buoni cristiani.
Là dentro fu sepolto Lucio.
Là dentro aspetta il giudizio di Dio.
FINE.
FONTI STORICHE
PETRI AZARII notarii novariensis synchroni auctoris chronicon de gestis principum Vicecomitum.