Ramengo salì in barca, allargossi, poi presa di nuovo la spiaggia e tornato, si appiattò dietro una macchia donde potesse, non visto, vedere la rôcca: ed ecco fra non molto, sciorinarsi il pannolino sul concertato balcone. Al primo vederlo si rinnovarono, addoppiaronsi le furie di lui: il cuore gonfiato non pareva gli potesse più reggere in petto: gettavasi sul terreno, svelleva brancate di erba e le addentava, alzavasi, traeva la sciabola, percoteva nelle piante, nei sassi, schiantava i rami, gli arbusti, bestemmiava Dio, gli uomini, il cielo. La notte si offuscò; egli, accostatosi di più, si appoggiò fra due piante vicine, e tra quelle protese la faccia, come la jena quando aspetti al varco la gazzella: fissato alternatamente al viottolo, alla porticina, al verone.
Ed ecco su questo apparire Rosalia, in una candida vesticciuola lina, e mostrare di spingere lo sguardo via via per la pendice, come all'incerto lume cercasse discernere un aspettato. Delusa, rientrava; usciva ancora: sedevasi appoggiando il gomito sui balaustri del verone, e chinando la bella faccia nella mano, in una ansiosa ma soave aspettazione. Qualche volta alzando gli occhi alle stelle, sospirava: qualche altra li teneva per alcun tempo coperti, poi più fisi gl'intendeva, se mai in quel mezzo fosse comparso l'atteso: anche qualche canzone intonava, d'aria placida e malinconica, che lene lene si perdeva tra i patetici silenzj della notte, e si mescolava al fiottare lontano dell'onda, che frangeva al primo margine del lago sottoposto.
Ma l'aspettazione della Rosalia e di Ramengo restò delusa. Non per questo egli si stancò; ma e la seconda e la terza sera rimase alla vedetta, e fin alla sesta soffrì quell'orribile tortura, sempre lusingandosi di veder giungere il rivale, sempre colla rabbia in cuore, coll'assassinio in mente: ma sempre invano. Ebbe tempo fra ciò di stillarsi la sua libidine di vendetta: e fra le atroci veglie di quelle notti, l'andò ruminando, pungendosela alla fantasia, raffinandola quanto fosse mestieri per satollare quell'anima sua, ingorda di strazio e di sangue. Il figlio che essa maturava nelle viscere doveva possedere la vita per poterla perdere: lasciarlo nascere, metter lui pure a parte del castigo, esacerbare le pene della madre, a cui dovessero giungere tanto più micidiali, quanto meno aspettate.
Dissimulando pertanto, continuò verso la Rosalia col tenore di prima, crescendo anzi di cortesie come chi medita un tradimento: se non che fra le carezze, l'occhio suo fissavasi talvolta sopra di essa con un baleno così sinistro, così cristallino, ch'ella, gettandogli le braccia al collo gli domandava:—Cos'hai, Ramengo? tu mi guati così!»
Non rispondeva egli; ai baci di lei sentivasi correre dalle chiome ai piedi un fuoco d'inferno: le dita sue irrigidite e convulse stringevano involontariamente il pugnale, era duopo che la respingesse da sè, ed uscisse all'aria aperta a sfogare l'indocile rabbia. Comprendeva la Rosalia che una grave tempesta versava l'animo di lui: soffriva, taceva, non gli scemava l'amore: consolavasi negli arcani godimenti della donna che sente in sè stessa un altro essere, unito e pur diverso, vivente della medesima vita, scosso da movimenti comuni, amato come sè e vagheggiato come un altro: e tripudiava nel vedere avvicinarsi il tempo di metter alla luce un bambino, pegno dell'amor loro, che l'amor loro crescerebbe colle cure prodigategli d'accordo, coi vezzi infantili, colle speranze che danzano intorno alla culla del primo figliuolo.
Maturato il tempo, ella espose un maschio: ed appena nel bacio primo ebbe dimenticato il sofferto travaglio,—Recatelo (disse) a suo padre».
Gli recarono di fatto quella creaturina così gracile, che, sotto le prime impressioni dell'aria e degli oggetti esterni, vagiva e agitava le membra inferme: spettacolo d'affetto per tutti, d'ineffabile esultanza per chi è padre. Ma l'occhio di Ramengo si fe' più feroce che mai; digrignò i denti: un riso sinistro gli raggrinzò le labbra: tolse il fanciullo sopra un braccio; coll'altra mano afferrò il pugnale, e trasse al neonato.
La bambinaja fu abbastanza lesta per sottrarlo a quel colpo, diretto al seno: ma non così affatto, che non gli recidesse, povera creaturina! l'indice della mano sinistra. Alla vista del sangue che ne sprizzava, agli strilli spasmodici del fantolino, il violento gettò lo stile, e maledicendo e bestemmiando fuggì.
Che cuore l'amorosa Rosalia all'udir questo fatto! Affievolita dal travaglio del parto, in quello stato in cui ogni commozione può divenire micidiale, fu per soccombere. Però la ferita si trovò di facile medicazione; donne venali prodigarono a lei quell'assistenza che le negava il marito: questo ridivenne mansueto e pentito. Non del pentimento però che avvia all'emenda: ma s'indispettiva seco medesimo d'essersi dall'ira lasciato trasportare a tradir il secreto, che del suo scorno come della vendetta volea fare con tutti, se fosse possibile fino coll'aria: onde accagionando di quell'escandescenza certe sue cure penose, la fantasia turbata da molesti pensieri fino il desiderio di cimentare l'amore di lei colla pazienza e la costanza, si mostrò mitigato, venne al letto della moglie, le parlò cortesemente.
Questa fu la medicina migliore, il miglior ristoro alla travagliata. Stese la pallida mano tremante allo sposo, che gliela strinse nella sua: gli mostrò il bambino che teneva al petto; e—Vedi (gli diceva) vedi com'è bello! come poppa soavemente! È tuo figlio: è figlio nostro. Di', non gli farai paura più? gli vorrai tu bene? Che viso d'alabastro! come spira amore! Guarda: egli apre gli occhi.—Cari quegli occhietti! son tutti gli occhi tuoi. Come ti somiglia! Prendi: levalo fra le braccia: dagli un bacio»; e glielo sporgeva.