E l'occasione parvegli venuta nell'incontro che sto per dirvi.
Sebbene non ancora tanto divulgata come si fece poi nel secolo XVI e nel seguente, pure già correva allora l'opinione, che un uomo potesse far patti cogli spiriti dell'inferno, ed acquistare così una facoltà soprannaturale, alcune volte di giovare, più spesso, di nuocere altrui. Sapevasi che versiere e stregoni potevano destare i turbini e quietarli; ogni temporale si credeva da loro suscitato; e ne trovavano irrefragabili prove nelle strane apparenze che assumevano le nubi accavallandosi, e nelle quali l'immaginazione ravvisava figure di giganti, di bestie, di demoni. Gli astrologhi, generazione molto attenente alle cose della magia, davan norme ai principi, che dal cenno di essi facevano dipendere le azioni loro, le guerre, le partenze. Ove, per dirne una sola, ricorderò l'avventura del Petrarca che, mentre nel nostro duomo recitava un'adulatoria orazione per l'inauguramento di Bernabò, Galeazzo e Matteo Visconti, si vide sul più bello interrotto da quell'astrologo Andalon del Nero, che altrove mentovammo, il quale aveva scoperto esser quello il preciso minuto della combinazione di stelle migliore per fare la cerimonia. Ogni malattia poi alquanto bisbetica veniva attribuita a fascino e sguardo maligno: erano fatture di streghe gli accidenti, di cui l'uomo o non sapeva render ragione o non aveva coraggio d'incolpare sè stesso: e credevasi ch'elle si congregassero, certe notti, in certi luoghi, a tenere i loro conciliaboli infernali.
Nè tutte queste opinioni erano germogliate unicamente nelle teste plebee: forse anzi si apporrebbe chi dicesse al contrario non essersi tra il vulgo radicate se non in grazia delle discussioni e degli ordinamenti di chi dirigeva il vulgo. Le città dettarono leggi contro i maliardi: qualche chiesa introdusse formole per esecrarli e scongiurarli; i sapienti ne discutevano di proposito e sul serio; quando poi i tribunali processarono per delitti di malía, la credenza diventò certezza: volevate che i giudici e i tribunali s'ingannassero? Da una parte dunque ridotta a sistema, questa opinione si confermò in coloro che pretendevano di sapere, dall'altra, sparsa tra il vulgo da parabolani d'ogni abito e d'ogni condizione, acquistò fin al segno, da parere bestemmiatore ed eretico chi ne dubitasse.
Crescendo adunque il potere e il numero degli streghi a misura delle persecuzioni, anche i ripari e gli antidoti si moltiplicarono: e mentre la classe culta aveva scongiuri e fiamme, il popolino ne praticava di meno empj e atroci; ad ubbie opponeva ubbie; e tra siffatti rimedj, efficacissima era tenuta la rugiada della notte di San Giovanni. Chi si bagnasse a quella, asserivano poter tutto l'anno vivere sicuro da fatucchiere: certe erbe sbocciate e côlte in quella notte, erano il tocca e sana degl'incanti. La quale opinione si collega ad altre che qui non è il posto di commentare, ma di cui alcuna traccia è rimasta viva fin nel secolo delle macchine a vapore, sì in Italia, sì fuori. In tutto il nord, dalla Svezia alla Sassonia e sul Reno, si accendono ancora grandi falò pel San Giovanni; un Inglese trovandosi in Irlanda la vigilia di quel giorno, fu avvisato non si meravigliasse se a mezzanotte vedrebbe accendersi dei fuochi su tutte le alture del contorno[17]; a Newcastle le cuciniere fanno quella sera fiammate di gioia, a Londra gli spazzacamini vi menano danze e processioni in vestire grottesco; in una valle della contea di Oxford, detta Caval Bianco, si raccolgano tutti i vicini a ripulire, come essi dicono il cavallo[18], cioè a svellere l'erba da uno spazzo sterrato, che rappresentava un cavallo colossale, ed a passarvi la giornata fra campestri allegrie. Io so di paesi lombardi ove, malgrado le proibizioni, quella notte suonano continue le campane: fanciulletto fui più d'una volta, da qualche femminella all'antica, condotto a ricevere la guazza di San Giovanni, e in diversi luoghi mi furono mostrati enormi noci, i quali, fin a quella sera conservatisi aridi come di gennajo, la mattina si trovano verdeggiare del più folto e gajo fogliame.
Ai tempi della nostra Margherita, in proporzione della fede o della corrività, più solennemente celebravasi la vigilia di San Giovanni. Dal cadere della sera fino all'alba successiva non tacevano mai le squille sui centoventi campanili della città, affinchè le streghe, a cui, se nol sapeste, è spaventosissimo lo scampanio, non potessero cogliere le erbe nocevoli, nè impedire con loro malizie che fossero côlte le preservative: intanto la gente non velava occhio per uscire garagollando a ricevere la guazza miracolosa. Era quindi una specie di festa, un berlingaccio notturno. Nei villaggi, adunati tutti alla campagna, su qualche aja, in certi luoghi da ciò, i villani, al suono di zampogne e cornamuse, canticchiavano, ballonzavano, pregavano: dico la gioventù, nel mentre che i vecchi strascinatisi anch'essi pigramente al lampaneggio, ripetevano una litania di storie di streghe: una donnicciuola assicurava d'avere ella stessa veduto il tale o tal caso: l'altra di avere conosciuto due, tre, più fatucchiere: quale, intender ogni notte un gatto miagolare sul tetto della vicina: quale sentir la sua pigionale, di mezza notte, massime quando il marito non fosse in casa, aprire e bisbigliare, certamente, col foletto; il maggior numero e le più sincere si erano quelle che assicuravano in vita loro non aver mai patito di malíe, perchè mai non aveano lasciato di bagnarsi alla rugiada del San Giovanni.
La Chiesa, che in tutto allora interveniva, neppur qui mancava: come si continuò fino a noi nella solennità del Natale, così allora in quel giorno si celebravano tre messe, una a mezzanotte, l'altra all'alba, la terza sull'ora nona. Durante e dopo la messa notturna, si cantava un ritmo, cioè un inno, una sequenza, lunga e di metro variato, della quale pongo qui sotto per saggio alcune strofe[19]; la cantavano preti e chierici; e il popolo, a tutta gola e cogli spropositi onde suol rifiorire i cantici latini, rispondeva per ritornello:
Quam beatus puer natus
Salvatoris angelus,
Incarnati nobis dati
Verbi vox et bajulus.
In Milano, senza ch'io vel dica, immaginerete che la solennità era più raffinata e clamorosa. Niuno sarebbe rimasto fra le mura: tutti uscivano chi di qua, chi di là; i più verso una selva, posta dove ancora si dice San Giovannino alla Paglia: ed era una gara delle donne di venirvi in begli abiti bianchi e divisati, che facevano singolare spicco al bujo della notte; scollacciate secondo che portavano l'usanza e la stagione, e con una vaghezza di fiori in capo, in mano, alla cintola, al lembo delle vesti. Molte in coro intonavano certe canzoni, di semplici note, cui gli uomini tenevano bordone; altre ad allegre sinfonie menavano vivaci carole: non potendo nel recinto di quella selva penetrare nè lettighe nè cavalli, e trovandosi a ronzare tutti a piedi, indistinti i nobili dai plebei, i ricchi dai pezzenti, tolto di mezzo l'oltraggioso ricordare della diversità delle fortune, nasceva una libertà sicura e procace, somigliante a quella dei balli mascherati in carnevale. La notte, la folla, l'allegria non è mestieri ch'io vi dica di quanti disordini fossero cagione od incettivo in tempi come quelli.
Se la Margherita credesse anch'ella e temesse le streghe e le altre superstizioni, non ho argomenti nè per asserirlo, nè per negarlo; è probabile di sì, giacchè, quando un errore è divulgato, troppo poche sono le menti privilegiate che ne siano tenute monde dallo spirito di osservazione e dal rifiuto dell'opinione popolare. Fatto è che colla folla soleva anch'essa colà condursi, ed unita alle compagne, prendersi onestamente sollazzo, andando in ronda quanto la notte durava.
Credette valersene agli effetti suoi il vile Ramengo, e standole indivisibile al fianco siccome un rimorso…