Al coraggio della paura è sottentrata la viltà della sicurezza: a quel grand'impeto, a quella viva stizza, un languore d'inferno: se non che per codarda apprensione vorrebbero non aver fatto, non aver detto quel che si ricordano di jeri:—Ma erano molti, e di ragione nessuno avrà badato a me. Al caso dirò ch'io era in cimberli».

Riprendono le scuri, le seghe, le cazzuole; raccomandano alla moglie di riporre le armi tratte fuori, di far dire le orazioni ai puttini, di avere scodellata la zuppa per quando suona la zavatara (così, dal podestà che la fece fondere, chiamavasi un campanone in Cordusio che annunciava il mezzodì): e sbocconcellando un pezzo scusso di pan di miglio, goffi goffi tornano ai lavorieri, docili, spensierati, come se nulla fosse accaduto. Di quel cacciare di lingua, delle fragorose imprecazioni, delle minaccevoli smargiassate della sera innanzi, null'altro è sopravvissuto che un rumore misterioso, una curiosità piena di diffidenza, un cauto mormoracchiare coi vicini di bottega, cogli amici di più specchiata confidenza.

—E sicchè? ci ha novità?

—Mah! non ho inteso niente: quando capiterà qui un mio avventore, che è tutta cosa del cuoco del luogotenente del capitano di giustizia, saprò il fatto a minuto.

—E degli arrestati che ne sarà?

—Daran da fare a mastro Impicca (quest'era il nome del boja d'allora). Gli statuti parlano chiaro: Suspendatur eo modo ut moriatur.

—Volete dire, eh? E noi andremo a vedere, dico bene?

—Mah! non so che dire. Chi ha buono non rimescoli. Che gerarchie entrano per la testa a questi signori? Toglier a cozzare coi muricciuoli! È proprio come se le lumache facessero a testate coi montoni. Dico bene?

—Voi dite come un predicatore.

—L'è il caso di quell'asino che, jer l'altro passando per di qui, s'impuntò di non voler più andare innanzi. Che ne seguì? il padrone lo mazzicò finchè poteva portarne; e la bestia, scalcia, ragghia, ricalcitra, alfine dovette cedere e seguitare.