—E dov'è suo padre?» chiese il mascherato.
Il giovane schiudeva già la bocca ad una nuova imprudenza, quando la prima gli corse al pensiero, e con essa l'immagine più viva dell'esecrato Ramengo; alla quale paragonando la voce e gli atti dell'incognito, lo riconobbe per quel desso. Mugghiando allora come un toro percosso, se gli avventò al collo, gridando:—Ah traditore! Ah spia infame!» Qui cominciò una lotta, nella quale il ribaldo, per difendere sè stesso, dovette lasciar cadere Venturino, che a fatica e piangendo salvossi di sotto ai piedi degli scalpitanti cavalli, mentre Alpinolo, ghermito il nemico alle gavigne, gli pestava il muso e la persona, e, fattegli perdere le staffe, il lanciava per terra. Colui si appigliò al giovane con tanta forza, che lui pure trasse di sella, onde entrambi s'avvoltolavano sullo sterrato, a guisa di due villani rissosi. Alpinolo era disarmato e leggiero: l'altro, col morione e la lamiera di ferro; ma i pugni onde il giovane lo tempestava, pareano colpi di mazza, e non gli lasciavan ripigliar fiato; sinchè Alpinolo, riuscito a cacciarselo sotto e piantatogli un ginocchio sul petto, e la sinistra mano alle fauci, colla destra gli veniva traendo di cintola la misericordia.
Misericordia, chi nol sapesse, chiamavano certi pugnali, con cui, dopo avere scavalcato il nemico colla lancia o colla mazza, i guerrieri gli saltavano addosso a finirlo. Tale stravolgimento di nome non farà, spero, maraviglia al secolo nostro, avvezzato anche a più strani, che parrebbero una fina arguzia se non fossero troppo atroci.
Ramengo, sul punto di pagare in una volta tutte le sue iniquità, chiedeva perdono, e gridava agli uomini, a Dio, talchè fu inteso dai soldati, da cui, non visto, s'era diviso; il connestabile Sfolcada Melik comparve coi suoi in capo della via, e tra il fosco e il chiaro veduto quell'abbarruffamento, accorreva. Alpinolo conobbe non restargli tempo da perdere, e avere un obbligo più sacro che non la vendetta; onde abbandonando la sua vittima, e giurandogli che arriverebbe a lui pure il suo sabbato, si tolse sotto al braccio Venturino, e in men che dire addio, saltando in sella, spronò verso la parte opposta a quella onde traeva gente.
Il bujo e il trambusto di quella giornata ajutarono Alpinolo a scampare: ma divenuto ora cauto quanto era prima sconsiderato, più non osò rivolgersi alla casa degli Umiliati ove stava ricoverato il Pusterla, temendo che i passi suoi fossero spiati, e potessero tradire la traccia dell'amico. Rinvolto perciò Venturino, il teneva nascosto al seno, come, una gemma unica che avesse salvata in mano ai ladri; come la sola reliquia con cui potesse redimere la colpa di aver involontariamente gettato in precipizio l'amico, il protettore suo, il salvatore della patria. Così svignava per le strade più deserte, occhieggiando se scontrasse persona fidata, cui consegnare Venturino; ma di nessuno più sì assicurava; in chiunque vedesse temeva uno spione, un traditore: e intanto il fanciullo, mal frenando il pianto e l'impaziente desiderio, gli veniva tratto tratto esclamando:
—Rimettimi a casa… Dov'è il mio babbo?… La mamma dove l'hanno portata?»
Il padre suo fra ciò, ricoverato nella cella di frà Buonvicino, in massima segretezza stava trepidando sulla sorte sua, degli amici, della moglie, del figliuolo. Già il lettore ha compreso come l'animo di esso fosse tutt'altro che tempra di stocco. In battaglia aperta o in campo chiuso, in maneggiare lancia e destriero, non la cedeva ai migliori, nè mai fu veduto a fronte dei nemici abbassare gli occhi, nè mentire, nè ritirarsi: ma avea bisogno lo spettacolo, l'applauso, mancandogli affatto il coraggio civile, coraggio paziente, che sotto il cumulo dei guai, si conforta col testimonio della propria coscienza, o colla patetica gioja di lontane speranze. Dalla fanciullezza cresciuto negli agi, avvezzo a vedersi rispettato, obbedito, non avendo sentite mai le utili lezioni della sventura, non si era a questo disposto; e la presente infelicità più gli pesava, quanto erano maggiori i beni a cui aveva attaccato il cuore, senza immaginare di doversene disgiungere mai più. In questa cella medesima, quando ancora il cielo era ridente, Buonvicino lo aveva esortato a spiccarsi decorosamente dalle pompe cortigiane: ora, strappato con onta da quelle, doveva ricoverarsi quivi come un reo, come un perseguitato, avvilito agli occhi di quel pubblico, nel cui concetto aveva tremato di scapitare. Lasciò da banda le perdite reali, le dolcezze della casa, della patria, degli amici; una donna di cui più vive ora gli si presentavano le virtù, e più enorme il torto d'averla trascurata. Quindi, sollecito e povero di consigli, non che far fronte alla sventura, le si piegava sotto, come il salice alla bufera; nè trovando in sè vigore o prudenza, implorava l'uno o l'altra da Buonvicino, e con una desolazione scoraggiata, non sapea che stringer la mano al frate e ripetergli:—Amico… padre!… Buonvicino! mi raccomando a voi; son nelle vostre mani… che devo fare?»
Se allora Buonvicino gli valesse, lo argomenti chi nei maggiori suoi bisogni sentì la necessità di avere un amico, il quale voglia e sappia consigliare, soccorrere, avventurar, sè stesso. Misurando l'ansietà del Pusterla, dalla sua medesima, dopo che gli ebbe compartite quelle consolazioni che per momenti siffatti serbano la religione e la fiducia nella Provvidenza, uscì per prendere lingua, per conoscere se la Margherita abbisognasse di ajuto, o non potesse ricevere più che compassione. Con qual cuore egli fendeva le strade della città! con qual trepidazione si accostava ai crocchi, o schiamazzanti o sbigottiti delle persone, per raccogliere qualche notizia, qualche parola a mezzo! con che ansia interrogava qualche frate, qualche suo fidato! Pur troppo venne assicurato di quello che già presentiva: la disgrazia della Margherita: ma non avendo potuto sapere nulla di Venturino, si fece maggiore di sè, e trasse fino al palazzo dei Pusterla. Quivi una ciurma di popolaccio esultava nel dare il sacco, porzione di sue ingiustizie che Luchino concedeva all'ingordigia plebea per farla silenziosa e applaudente. Buonvicino vi entrò, salì, cercò ogni ripostiglio, chiese a tutti, ma nulla scoprì del figlioletto.
Vide la sala—quella memore sala!—Ogni cosa era scompiglio e guasto; ma colà, nel vano d'una finestra, al luogo appunto ove, nel giorno del suo errore e del pentimento, egli avea veduto la Margherita, scorse un telajo da ricamo, che a nessuno doveva aver fatto gola, come cosa da troppo poco.
Su quello aveva la Margherita cominciato a trapuntare il fiorellino, chiamato come lei. Oh quando lo cominciò, chi le avesse detto che non doveva finirlo, e dove aveva a ritrovarlo!