Oltre il consiglio generale, in cui sedeva la suprema autorità, ne era in Milano un altro particolare di ventiquattro cittadini, dodici del popolo e dodici dei nobili, parte juris periti, cioè letterati e cogniti delle leggi, parte morum periti, cioè senza lettere ma pratici delle costumanze patrie e degli statuti: duravano in uffizio due mesi, chiamavansi società di giustizia, ed a loro spettava il conoscere i delitti di maestà preseduti sempre da un giudice forestiero.
Il giudice presidente o capitano era esso Lucio, il quale passò dunque in rassegna per iscegliere quelli che facessero al suo caso.
Ecco qua (diceva egli tra sè stesso) gente di idee nuove, ma che pretende cavate dal Vangelo, la quale riporta tutto al regolo della giustizia, supponendo che la giustizia sia una cosa reale, e che s'attacchi non alle convenzioni degli uomini, ma ai voleri di Dio. Fanatici! utopisti! credono che il principe deva star alla rettitudine come l'infimo de' plebei e che sia un gran che la testa di un uomo, per quanto oscuro. Non fanno per me.
—Quest'altri sono incamminati sul buon sentiero e sanno volere la giustizia senza rinnegare la politica; giusti fino al trono. Nelle differenze tra privato e privato e' si farebbero coscienza di portare danno pur d'un bruscolo; ma qualora si tratti del principe, la pensano più liberalmente. Alcuno di questi giova introdurlo nel consiglio, perchè gridano alto giustizia, leggi, ragione, e fra il popolo hanno voce d'essere zelatori. Gridino pure; ma in consiglio i seniori li compatiranno come inesperti, e il voto loro rimarrà eliso dai meglio assennati.
—Questi altri, onesti di fondo, incanutirono nel mestiere, onde si sono formata l'abitudine di veder sempre nero, di credere tutt'uno accusato e reo, e necessari alcuni sacrifizi al pubblico bene. Un pajo anche di questi. Un pajo di quei gran giurisprudenti che, fino dalla scuola, si sono avvezzati a intendere e proclamare che suprema legge è il pubblico bene, e del pubblico bene prima condizione la quiete: nè la quiete potevasi conservarsi altrimenti che col rispettare l'ordine stabilito, qualunque esso sia; e in conseguenza essere il maggior reo colui che dà moto a novità.
Luchino poi aveva cominciato a mostrarsi rigoroso cogli uffiziali di Corte, i quali avessero angariato o rubato ai cittadini, e con tormenti li sforzava a palesare gli illeciti guadagni. Chi fosse tinto di questa pece aveva dunque, come diceva Lucio, una museruola alla bocca per tacere e fare a modo.
Tra sì varie maniere di vedere la giustizia, Lucio potè costituire il suo consiglio senza neppur ricorrere all'abiettissima viltà di quelli che si vendono per denaro ai potenti, e che speculano sul piatto degli oppressi. D'altra parte egli sapeva benissimo come in tali vertenze gli svantaggi dell'accusato sieno tanti, che è un prodigio d'innocenza chi n'esce purgato: aggiungeva le torture, sieno le sfacciate e strillanti della corda e del cavalletto, sieno le ipocrite ed ignorate della prigione e della lentezza: onde, esaminata ogni cosa, esaminate le speciali circostanze di un delitto di Stato, ove accusatori, testimonj, giudici sanno di gratificarsi il padrone coll'aggravare gl'imputati, si trovò d'aver buono in mano e disse a sè medesimo:—Cuor mio riposa: un bel palazzo e un ricco podere e la confidenza del mio signore non mi possono mancare».
Ma per essere sempre più sicuro del fatto suo, il capitano sottopose per primo a giudicatura quel Franzino Malcolzato, servitore del Pusterla, bravaccio famigerato per risse e ferimenti e omicidj. Costui, come si vide posta innanzi da un canto la tortura, la forca, o al men che fosse la prigione perpetua; dall'altro promessa l'impunità qualora si confessasse reo e manifestasse le volute colpe del padrone e i complici suoi, non esitò nella scelta, e Lucio trionfò della sua invenzione. Secondo dunque gli veniva questi suggerendo; il Malcolzato disse che d'una grande congiura aveva inteso ragionare: sparlar abitualmente del principe e de' suoi fatti; discorrere di speranze, di vicine mutazioni, d'un avvenire migliore; il suo padrone aver tenuto a Verona spesse e segrete conferenze col signor Mastino della Scala e con Matteo Visconti: aver ricevuto colà Alpinolo, spedito in gran diligenza dai congiurati milanesi, e con questo esser venuto di volo alla città, spesso tra via bestemmiando il signor Luchino; nel palazzo del Pusterla esservi armi; quella tal sera aver egli introdotto colà i più fidi amici, che dissero, che disposero, che giurarono uccidere, incendiare, rubare;—e seguitò narrando cose tanto assurde e contraddittorie, da mandarlo ai pazzarelli o condannarlo di impostura.
Nel consiglio di giustizia non mancò chi riflettesse all'incongruenza di tali deposizioni; ma Lucio fece sentire come i tumulti bisognasse frenarli col porre il piede sulle prime faville; che se la pace di tutti richiedeva qualche vittima, tornava meglio colpire quel ribaldo, che non mettere a repentaglio tante teste segnalate.
Vero è che la giustizia non dovrebbe accettare diversità di persone, ma quante altre cose non dovrebbe! i pochi opponenti, vedendo prevalere l'opinione dei più, entravano in diffidenza della propria e in timore d'ingannarsi; la riverenza pel potere sì profondamente era nei più radicata, che, senza avvedersene, mescolava nei giudizj la probabilità di godimenti, d'onori, di partecipazione a qualche brano dell'autorità stessa; poi essendo molti a giudicare, ciascuno vi portava una volontà meno ferma, una meno intera valutazione delle conseguenze, che non avrebbe fatto qualora da solo avesse avuto a prendere la deliberazione; e la responsabilità dell'esito pareva diminuita in ragione del numero dei colleghi. Finalmente, riflettevano, si tratta d'un mal arnese, da cui la società non può aspettarsi bene di sorta.