Guai all'uomo che patteggia un solo momento coll'austerità di sua coscienza! se è privato, diverrà un iniquo; se magistrato, un satellite; se principe, un tiranno.

A quell'indegno procedere non resse Bronzino Caimo, valoroso giurisperito, che in piena adunanza osò mostrarne l'enormità ai suoi colleghi. Lucio (anche i tristi s'ingannano qualche volta) non aveva dubitato di trasceglierlo, perchè, sebbene non dissimulasse la sua avversione alle violenze di Luchino, neppure i nemici di questo mostravano farne gran capitale, attesochè si dichiarava sempre abborrente dalle illegali opposizioni e dai miglioramenti recati colla spada: onde solevano dire ch'egli pretendeva raddrizzare il mondo coll'aspersorio e col messale.

Ma l'aspersorio e il messale lo facevano ripugnante a qualunque viltà, e coraggioso sostenitore del vero; tanto che la processura da Lucio impiantata non sarebbe in modo veruno potuta giungere a compimento, ove prima non si fosse punito costui, che osava di aver ragione.

Lucio pertanto, in segreto interrogatorio, potè far confessare al Malcolzato, che Bronzino Caimo era esso pure dei congiurati, anzi uno dei più pericolosi perchè ragionevole, e quando il generoso si preparava a non permettere che fosse, così senza un richiamo, violata la giustizia, si vide egli medesimo trascinato nelle prigioni, e chiamato innanzi a quei giudici stessi, ai quali doveva servire per lezione di docilità.

Senza dunque che altri più fiatasse, le confessioni del Malcolzato furono tenute buone: poi sotto pretesto che egli non volesse dir tutto quello che sapeva, gli venne tolta la promessa impunità, e, condannato a morte, fu tra pochi giorni appiccato, siccome ministro scellerato delle scellerate trame del Pusterla. Il popolo corse a vedere, e disse:—N'ho gusto! egli era un prepotentaccio, e meritava di finir così. Viva i nostri padroni che purgano il mondo da questa feccia».

Ma come le ingiustizie s'incatenano! Da questo supplizio restava convenuto, non solo tra il popolo, ma in giudizio, che una congiura esisteva, che n'era capo il Pusterla, che il secondavano gli altri nominati, oltre i più non iscoperti. Potevansi dunque chiamare in processo gli altri sopra un fatto, della cui verità non si doveva più dubitare dopo che era passato, come dicono, in giudicato: ed a Lucio non restava più altro a fare che mostrarne colpevoli gli imputati….

Oh, togliamo una volta le mani da questa sozza pasta, congratulandoci dei progressi che alla ragione criminale fecero fare coloro, i quali non temettero offendere i principi col francheggiare la sicurezza di tutti.

Per allora la conclusione fu che, terminati i dibattimenti della società di giustizia, i trombetti del Comune andarono in giro per la città, e ad ogni crocicchio fermandosi, dato fiato alle trombe, invitarono i capi di famiglia, perchè, il tal giorno a mezzodì, si radunassero alla concione generale nel Broletto nuovo.

In questo generale parlamento risedeva, come ho detto poco sopra, l'autorità suprema del governo: intendo di diritto, perchè nella pratica si credeva che, col nominare un principe, si fossero i cittadini spontaneamente esonerati di un tal peso per gettarlo sulle spalle a questo, il quale poche volte gli incomodava a venire a dir di sì.

Una delle poche volte fu questa, acciocchè coll'ombra del suffragio universale sanzionassero un nuovo atto di sua tirannia. Già sulla loro decisione verun dubbio non provava il Visconte, conoscendo per esperienza come il voto della moltitudine così congregata non sia null'altro che l'espressione di quello degli intriganti, da cui si lasciano raggirare quei più che non ebbero nè voglia nè tempo nè capacità di ponderare i diritti e la giustizia. D'altro lato, guardando di mal occhio queste apparenze repubblicane, che sopravvivevano insieme colla monarchia, Luchino godeva screditare tali assemblee nell'opinione, col farsele consorti nei delitti.