Allora adunque che furono ivi radunati i cittadini, comparve in mezzo di loro la società di giustizia, e il capitano, salito sulla parlera, espose la congiura scoperta e sventata, nominò i rei, pubblicò le sentenze proposte sì contro gli imprigionati, si contro i fuggiaschi. I quali ultimi non erano pochi, giacchè tutti quelli che sapevano di essere in qualunque modo dispiaciuti al Visconte, sebbene del presente fatto non avessero nè colpa nè conoscenza, temettero ch'egli cogliesse volentieri quest'occasione, in cui il rigore pareva giustificato. Quelli dunque, che nei tempi di fazione si eran chiariti nemici del biscione, fuggirono; fuggirono quelli che altre volte n'erano stati perseguitati, ragione per esserlo di nuovo; fuggirono Ottorino Borro e Pagano Casati, per non provar novamente i guai che a lungo avevano sofferto nelle prigioni di Binasco; fuggirono Lodovico Crivello, Bellino della Pietrasanta, altri ed altri neppure nominati dalle imprudenti o dalle estorte accuse, ma, che il Visconte e i suoi enumeravano come argomento della estensione di quella trama.
Fra quelli che erano intervenuti al colloquio funesto, e contro cui vi erano imputazioni dirette, erano riusciti a sottrarsi Zurione, fratello di Franciscolo, Calzino Torniello da Novara, Maffino Besozzo ed altri, che, se tutti io nominassi, alcuno si dorrebbe perchè avessi richiamato in luce il delitto e la pena de' suoi avi, altri se ne farebbe bello, siccome d'una domestica gloria:—tanto in ciò vanno concordi le opinioni.
Letti i processi, voglio dire quella parte di processi che a Lucio piacque estrarre, apparve così enorme la colpa di tutti, che i novecento capifamiglia, i quali davano voto segreto con sassolini bianchi e rossi, trovaronsi tutti d'accordo nel confermare la condanna, eccetto una qualche dozzina, che dovevano o avere sbagliato, o non compresa la serenissima volontà.
I fuggiaschi vennero dichiarati sbanditi dallo Stato milanese, scaduti dalla nobiltà, cioè mutato il sangue; i nomi loro scritti sul libro dei signori ricevitori della Camera del Comune di Milano, e le effigie rozzissimamente dipinte sul muro del Broletto nuovo, appese alla forca. Ma ciò che è più positivo, i beni loro restarono messi al fisco, e quelli soli del Pusterla salirono al valore di dugentomila fiorini d'oro, che oggi si ragguaglierebbero a dieci milioni di franchi.
Di somma voglia Luchino avrebbe côlto il destro di togliersi d'in su gli occhi i tre nipoti, Bernabò, Galeazzo e Matteo, siccome gliene offrivano ragione le lettere trovate in casa Pusterla, e che furono l'argomento di maggior peso in quel processo. Ma egli non aveva osato farne proferire sentenza finale, tra perchè il fratello vescovo erasi interposto a favore loro con vive istanze, tra perchè temeva si levasse ancora tanto rumore, quanto pochi anni prima per l'assassinio di Marco Visconti.
Davanti a una Madonnina che soprastava alla porta Romana, furono dunque accesi due torchietti, e intimato a Bernabò e al bel Galeazzino (Matteo era già sul Veronese) che, prima che i due ceri fossero consumati fino al verde, eglino dovessero uscire di città: e, come se ne furono iti, fu mandato un bando che li dichiarava esclusi dallo Stato come sospetti della fede, violatori della pace, spergiuri detestandi; et che non potessero contrar matrimonio, nè morendo avere sepoltura ecclesiastica.
Pur troppo, come sapete, ritornarono; fecero di questo paese il peggio che seppero, vennero sepolti in chiesa, e lasciarono prole niente migliore.
Il peggio toccò agli infelici ch'erano stati côlti. Martino e Pinalla Aliprandi, chiusi nelle carceri pretorie in piazza dei Mercanti sotto alle scale del palazzo, da un pertugio di quella carbonaja poterono udire la sentenza che li condannava a morir colà entro di fame. Poi il dì seguente videro Borolo da Castelletto, Beltramolo d'Amico, e l'incorrotto giudice Bronzino Caimo, decapitati sulla piazza stessa; li videro, e come dovettero invidiarne la pronta morte, essi costretti a doverla aspettare a gradi a gradi, con tutti gli atroci spasimi del digiuno!
Ogni anno si soleva imporre sul censo una taglia straordinaria, detta il fiorin d'oro, molto incresciosa non meno alla nobiltà che alla plebe. La mattina dell'esecuzione, Luchino pubblicò che quell'anno la condonava, e che non la riscoterebbe più fuorchè nel caso d'invasione di nemici.
Tanto bastò, e fu sin troppo, perchè il dabben popolo milanese dimenticasse quel sangue, anzi corresse a vedere quell'atto di giustizia del suo generoso signore; il popolo, tanto somigliante ai fanciulli, che da ogni cosa traggono motivo di festa, che contemplano giocondi lo strato disteso sulla bara del padre, e dicono oh bello alle molte candele accese ai funerali della madre loro.