I giudici, uscendo di carica, si trovarono consolatissimi d'avere, per la pubblica sicurezza, lavorato tanto, colla soddisfazione d'essere pur riusciti a scoprire i traditori del paese e castigarli. Più soddisfatto rimase il capitano Lucio, il quale da un viglietto di Luchino si trovò assegnato per residenza il palazzo dei Pusterla alla Balla, e conceduto ad uso il delizioso podere di Montebello, salvo ad accordargliene la proprietà quando fosse deciso definitivamente intorno al Pusterla e alla sua famiglia.

Anche la storia doveva, come spesso, offrire l'umile servigio della sua penna alla prepotenza; talchè, o prezzolata, od abbagliata, o trovando più comodo il credere che l'esaminare, affogando sotto pompose parole il vero, e mentendo l'eloquente semplicità dell'affetto, scrisse qualmente lo sciagurato Francesco Pusterla, benchè il più ricco e il più nobile fra i signori milanesi, benchè con gran favori e con gelose missioni distinto dai Visconti, aveva macchinato a rovina di essi, e meritato così di cadere dalla opulenza di Giobbe nella miseria di Giobbe: grand'esempio di non tentare novità contro ai signori del proprio paese.

Così un consesso indipendente processò: la legge proferi la sentenza: il suffragio universale la confermò: il popolo applaudì; la storia perpetuò. Chi più avrebbe osato dubitare dell'esistenza di una cospirazione, e della giustizia con cui fu castigata?

CAPITOLO XI.

LA PRIGIONIERA.

E Margherita?

Fortunati del mondo, se tutto questo racconto non fa per voi, meno ancora questo capitolo, che versa tutto fra solitari patimenti, che voi non potreste capire. Ma chi soffre, chi ha sofferto, mi intenderà, li compatirà.

Nessuno forse de' miei lettori (giacchè non posso sperare che queste pagine mie varchino di molto il recinto di Milano) nessuno forse sarà passato sul ponte di porta Romana senza voltare un'occhiata alla casa sulla destra di chi esce, alla cui facciata servono di fregio certi bassorilievi che rappresentano Milano riedificata dai collegati lombardi. Queste sculture, testimonio della rozzezza, di esecuzione e della rettitudine di concetto nelle arti belle del secolo duodecimo, ornavano la porta della mura che quivi, in due archi, era stata fabbricata al tempo appunto della Lega Lombarda; dove poi sta ora quella casa, Luchino edificava una fortezza, la quale di molto allungavasi fra la via del terraggio e la fossa. Nell'anno in cui ci troviamo col nostro racconto, quella fortezza non era peranco terminata: le reliquie poi di essa, e singolarmente un'alta torre, durarono sinchè, mezzo secolo fa, non fu demolita da quella or savia or pazza foga di riedificare, che non sa far di nuovo senza cancellare le traccie degli avi.

Nell'alto appunto di questa torre venne rinchiusa la Margherita: e la stanza a lei destinata nulla avea dello squallore, con cui quell'atrocità che si chiama giustizia punisce l'uomo, che essa non ha ancora sentenziato degno di pena. Una finestruola le permetteva di vedere, attraverso alle sbarre di ferro, i comignoli della città: si accorgeva ancora d'un mondo che le viveva d'attorno; ancora udiva le campane, le cavalcate, il fragore delle officine; vedeva il cielo, il sole, il verde: scarsi ristori del tanto che avea perduto: ristori però di cui si conosce il pregio immenso allorquando il raffinamento della crudeltà ha fatto sperimentare quanto si può star peggio.

Eccola dunque sola, strappata a tutte le consuetudini della vita, alla libertà delle occupazioni, degli ozj, quasi non dissi dei pensieri: in balia di gente sconosciuta, da cui non intende mai una parola pietosa, mai non riceve uno sguardo di compassione; dove ogni rumore è una mano gelata che le stringe il cuore, ogni tirar del catenaccio è un colpo di coltello.