E questo, perchè?
Una profonda oscurità le cela ogni cosa.
E tutti i suoi cari?
Ah! le lacrime, che aveva rattenute fintanto che non contemplava se non la propria situazione, quando rifletteva al figliuolo, allo sposo, in copia le sgorgavano dagli occhi sconsolati. Qualche motto che ha potuto raccogliere dalla tranquilla crudeltà dei sergenti, che la trassero di casa e dalla schiamazzante indolenza della plebe accorsa a vederla, e che accennava tradimento, principe, ribellione, castigo meritato, le lasciarono argomentare si trattasse di un delitto di fellonia, onde fosse accusato il Pusterla. D'altra parte, sotto tiranni, qual è il delitto che si appone a chi non n'ha alcuno? Ed ella conosceva Luchino, sapeva d'averlo irritato colla sua virtù; la parola poi che le gridò quell'ignoto nell'atto che partiva incatenata, le lasciava indovinare i segreti maneggi di una lunga e scellerata vendetta. Che non aveva dunque a temere? Lo sposo forse, certo il figliuolo sono stati côlti—gettati in carcere—dove?—come? Stanno forse qui, qui vicino a lei.—E non saperlo! e non vederli!—e con loro chi sa quanti dei loro amici? forse i più cari.
Allora le si affacciava alla mente un giudizio, di cui la sentenza fosse prestabilita, indi una condanna, un supplizio.—Dio! Dio! Ella si copriva gli occhi colle mani, gettavasi boccone sullo stramazzo, fremeva convulsa, lacrimava: poi quando questo sfogo medesimo aveva tornato un poco di calma ai suoi pensieri, ella rifletteva:—Se Luchino è sdegnato contro di me, contro me sola dee versare il suo furore. Qual colpa hanno al suo cospetto que' miei innocenti? Oh fossi certa che del mio strazio avesse egli ad accontentarsi! come paziente soffrirei ogni travaglio! come lieta incontrerei la morte più tormentosa!—Ma colui…. oh non se ne sazierà. Antichi rancori, invidie antiche gli risorgeranno nell'animo ora che gli venne il destro di soddisfarle, e punirà in essi le colpe che non hanno, per lacerare me nella parte più sensitiva del cuore».
E qui tornando sui sogni di un'agitata immaginazione si vedeva dinanzi le torture, il patibolo, il manigoldo; e quel ch'è peggio delle torture, del patibolo, del manigoldo, il ghigno di colui, che con fredda vendetta ce li prepara; onde scorata profondavasi nell'abisso dell'incomparabile sua miseria!
Pure la speranza, che negli infelici non è calcolo ma istinto, veniva volta a volta a lusingarla. Nei primi giorni pensò che quella potesse essere una dimostrazione e null'altro, un atroce scherzo per isgomentarla e smuoverne la ritrosia:—Domani verranno a liberarmi. Di me che vorrebbero mai farne?»
Ma troppo presto le correvano a mente altre scelleraggini di Luchino: e prima ancora che quel domani indarno aspettato la disingannasse, già lo aveva fatto la ragione.
Se non che al rimembrare le colpe di Luchino, diceva fra sè stessa:—Non è costui odiato da tutti i cittadini? non ha egli rapite a mano a mano tutte le franchigie di questo popolo che, fremendo, lo vede sciupare i frutti del suo sudore e del suo sangue? Francesco, all'incontro, il mio Francesco, non è amato, accarezzato da ognuno? Quanti poveri non sovvenne la nostra famiglia? a quanti oppressi non diede la mano? quanti non giovò di opere e di consiglio? Deh con che indignazione si sarà intesa per la città la nostra cattura! Certo, il nuovo misfatto avrà colma la misura della pazienza; balzeranno alle armi:—ecco, si combatte:—i pochi vili fautori di esso si nascondono per sentimento di giusta vergogna, per paura della tremenda vendetta popolare; le lancie prezzolate nol difendono che col valore di gente mercenaria;—i buoni trionfano: Luchino è in fuga; la città torna franca; si disserrano le prigioni; fra le acclamazioni del popolo, Franciscolo corre a me.—Oh contento! rivederci dopo tanto pericolo! dopo sì acerbo soffrire! ed essere stati occasione di tornare la patria in libertà».
Questa idea diffondeva sulla pallida fronte della Margherita il raggiante incarnato della speranza; ma o scricchiolar di catene, o cigolio di chiavacci la richiamavano, infelice! alla troppo diversa realtà. Passa intanto un giorno, due, tre; una settimana, due, e la liberazione non viene, non viene l'impeto popolare, il quale, se al primo istante non trabocchi, sbolle e si racqueta. Bensì il continuare al solito del rumore cittadino l'avverte come ciascuno badi a sè, nè curi più che tanto se altri viva tormentato. Che più? ode, vede le cavalcate passar rumoreggiando in vista della sua prigione, dirizzandosi a fare di sè pomposa mostra su quel corso, o ad esercitarsi nelle caccie e nelle gualdane: suono di chiarine festose, popolari canzoni: di tempo in tempo un festivo dar nelle campane, chiaro le dimostrano come gli spensierati cittadini ridano sulla tomba dei loro fratelli, la quale può, il giorno da poi, schiudersi sotto ai loro piedi.