Coloro frattanto, per cui cagione essa pativa, saranno rimasti quieti e senza pensieri, ai comodi della vita, agli spassi. Deh! come può uno godere un istante di tranquillità quando sa che quest'istante è aggiunto alle angoscie della sua vittima? Come può un giudice, non dico divertirsi e distrarsi, ma appena riposare, ove rifletta che ogni ritardo prolunga gli spasmodici dubbj d'un essere pensante e delle tante persone che vivono della vita di lui? Penetrate nei fondi delle prigioni, interrogate l'animo di chi v'è rinchiuso, calcolatene, non coll'orgoglio, ma colla virtù che sente, l'eternità dei giorni inoperosi, l'ambascia delle notti insonni, toccate quella fronte, in cui bolle un pensiero d'uomo, quel cuore che palpita per una moglie, in grazia sua desolata, pei figli rimasti senza pane, per un padre che la sua lontananza spinge nel sepolcro. Ed è uomo come voi, come voi redento da un Sangue prezioso, come voi incamminato ad un avvenire, ove la prepotenza e l'oppressione staranno su diverse bilancie. E forse è un innocente, che non aspetta altro che il giudizio per trionfare nella sua virtù. E voi gli prolungate questi spasimi di un'ora, di un giorno? che dico? mesi ed anni il tenete fra gli squisiti tormenti dell'incertezza, che sarebbero troppi a punire il maggior delinquente? Oh riflettete!…

Ma che? dipingendo il secolo decimoquarto, m'era uscito di mente ch'io vivo nel decimonono, quando la voce di filosofi e della crescente civiltà abbastanza tonarono a ciascuno i suoi doveri: talchè il mancarvi, non è ignoranza, ma perversità.

La giustizia d'allora, ignara dei pigri avvolgimenti moderni, anzi più spacciativa che nol comportasse la sicurezza dell'innocente, non avrebbe lasciato languire Margherita sì a lungo nell'aspettazione di un processo, quando non fosse stato una mira particolare di Luchino, che voleva punirla della virtù, trarla forse agli indegni suoi propositi, o giungere per suo mezzo ad avere in mano anche il Pusterla. Però un giorno, tornando d'aver corso lo sparviero, rientrava il Visconti dalla porta Romana: leste le guardie, dando fiato al corno, calarono il ponte levatojo: si disposero in ala di qua e di là, mentre egli passava in mezzo a loro: giunto ai piedi dell'arco, fece di berretto, e piegò la fronte fin sulla chioma del cavallo innanzi all'effigie della Madonna, scolpita sopra quella porta. Poi girando l'occhio a sinistra, dove si lavorava la sua rocchetta, si risovvenne di colei che in quelle prigioni pativa, cioè si risovvenne che poteva farla patire d'avanzo.

—Ehi, Grillincervello», disse sorridendo al buffone, inseparabile compagno:—Ti ricordi della bella dama che tempo fa ti mostrai su quel terrazzo alla Balla, e tu mi dicesti….

—Che la non è biada pei tuoi denti», interruppe lo sguajato.

—Sai tu dov'ella sia?» richiese il principe.

—In catorbia: lo so.

—Dunque?…

—Mah! badate (ripigliava il buffone) che il dunque non sia precipitato. Quante volte io vedo sul vostro piattello un ghiotto boccone che mi tocca l'ugola: dite per questo che io possa bagnarmene il dente? Gli è grazia che ne senta l'odore».

Sogghignò Luchino, e,—Va, buffone, e di' al carceriere che passi alla nostra Corte».