In quei tempi non si stava tanto sul sottile delle convenienze; e persone di Corte erano, come l'astrologo e il buffone, così il carceriere e il boja; i quali poi nella raffinatezza successiva non dovettero ricevere gli ordini, nè presentare la relazione ai grandi se non per infinita scala di intermediarj: tutto a vantaggio della verità e della tenerezza di cuore.
Non paja adunque sconveniente che il carceriere si presenti in petto e in persona a Luchino; nè di conseguenza che noi ci fermiamo un tratto a far conoscenza con quello, che da tanto tempo era unico compagno della nostra Margherita.
La giustizia non si faceva—allora—coscienza di collocare presso al cuore delle sue vittime l'indivisibile tormento di un uomo, scelto tra la feccia più ineducata della società, onde esercitare quest'ultimo grado della tirannia, che appunto per essere l'ultimo, pesa più grave, come più immediato, e perchè chi lo occupa vuole sopra i suoi dipendenti vendicarsi delle umiliazioni che soffre dai superiori, e si attribuirebbe a colpa la pietà, se pietà mai potesse germogliare in gente che s'induce a guadagnare un pane sui martirj altrui.—Dico allora, quando la malata e pietosa fantasia di Silvio Pellico non aveva ancora creato di pianta lo Schiller e la Zanze.
Il custode della Margherita, a vederlo, era un coso lungo lungo e badiale, colla pelle tutta chiazzata e a mascherizzi, occhi guerci e suffornati in archi di ciglia setolose, capelli rossastri spartiti in sulla fronte, e tirati giù come una cornice barocca attorno a quel poco viso che lasciava discoperto una folta e sudicia barbaccia, da mettere nausea e spavento. Nasceva egli dalla valle d'Imagna nel Bergamasco; e i suoi buoni compatriotti supplivano allora, come anche oggidì, alla scarsezza del terreno col lavorar al tornio l'acero e il faggio delle loro selve in palle, mestole, taglieri, truogoli, zipoli e siffatti, che poi scendono a spacciare a Bergamo o a Milano. Anch'egli era stato dirizzato su quell'arte del mestolajo, come suo padre, come suo nonno, e il padre e il nonno del suo nonno; ma diverso in tutto da loro, sin da giovinetto gli era stato mutato il proprio nome di Macaruffo in quello di Lasagnone, perchè non sapeva piegar la schiena, e la poca fatica gli era una sanità. Cambiò mestiere più volte, ma senza trovar mai basto che gli entrasse; e dicendosela assai meglio colle mezzine che collo scalpello e col tornio, stavasi tutta la giornata indarno, mangiando il pane a tradimento. Accoppiando così l'abborrimento al lavoro colla insofferenza della povertà e colla leccornia più triviale, avrebbe rinnovato il misfatto di Giuda per buscar denaro e golerie col minor lavoro. La sua gioventù fu infamata di sozze e vili cattività fra' suoi valligiani, i quali solevano dire che esso contraffaceva a tutti i comandamenti del decalogo, eccetto quello del non lavorar la festa. Sperando che questa dovesse rimettergli il senno, gli diedero moglie; ma un bel giorno e' la piantò con un figiuolo in braccio e un altro nel ventre, a buscarsi il tozzo come potesse, od a basir di fame; egli calossi alla pianura, e mescolatosi ai Giorgi, si buttò alla strada. Neppur tanto coraggioso per riuscir bene nella scelleraggine, poco andò che il capitano Lucio se l'ebbe nelle branche.
Ma questa, soleva egli dire, fu la sua fortuna. Perocchè, facendosi rapportatore degli antichi suoi camerata e dei malandrini che gli erano dati compagni nella prigione, acquistò tanta grazia presso il capitano di giustizia, che tolto di là, mercè due sode braccia, un muso duro e un cuore più duro ancora, fu destinato prima per aguzzino, poi per carceriere nella torretta di porta Romana. Superbo coi sofferenti perchè vile coi superiori, sapeva che col ceffo e coi modi avrebbe sgomentato quelli, mentre a questi per nessuna cosa del mondo avrebbe osato dire un no.
Nei primi giorni che la Margherita si trovò nella costui balìa, per procurarsi quelle prime necessità che il suo stato portava, ella dovette cedergli a poco a poco ogni superfluo che le fosse rimasto addosso; nè esso le concedette requie finchè non la ebbe ridotta al più positivo e indispensabile vestire. Colla sommessione dell'agnello che lambisce la mano di colui che lo scanna, essa gli parlava: ma quello, burbero sempre, sardonico, stizzoso, rispondeva, la proverbiava, sghignazzava. Essa gli ragionò di compassione, nè tampoco il nome ei ne conosceva. Essa gli ragionò di Dio: ei sapeva che vi era, gli recitava per abitudine le devozioni, da sua madre insegnategli, ma non andava più in là, e nemmanco figuratasi che questa credenza dovesse modificare le sue azioni, e tanto meno fargli tradire l'obbligo del suo mestiere, che credeva quello di essere spietato.
Per quanto deva patirne la storica dignità, non voglio tacere questa circostanza minutissima. Una volta (fu sui primi di maggio) Lasagnone entrò nel carcere di lei con una bella rosa fra l'orecchio e le tempia. Un fiore, quel fresco colorito, quella rugiadosa fragranza, dovettero suscitare mille care idee nella Margherita, che mossa da innocente desiderio, con affettuosa commozione additando la rosa, disse al carceriere:—Donatela a me.
—Ah sì? La vi piace, eh? rispose il villanzone; pigliò fra le dita la rosa, la annusò sgarbatamente, mostrò porgerla alla meschina; poi ritirandola di scatto e sfogliatala, la gettò per la finestra, e sghignazzando come di un lepido fatto, se ne andò.
Che caso da' nulla, non è vero? finalmente non si trattava di pane, non d'altra necessità; eppure, che volete? alla Margherita fece tanto colpo, e tanto se ne ricordò, che quando una volta potè sfogarsi con un confidente, gli ripetè questo a preferenza di cento altri torti.
—Lesto, lesto, Lasagnone, che ti chiama il sor padrone intonò Grillincervello, sporgendo la testa rasa da un finestruolo al lungo corridojo delle prigioni, e ritraendolo presto e fuggendo come fa un lupo dal luogo dove altre volte restò preso alla tagliuola.