—Me? domandò Macaruffo tra meravigliato e pauroso: ma non ricevendo risposta, fretta fretta gettò via un suo abituale saltambarco sdruscito e bisunto, infilò un cappotto marrone alquanto migliore, si tirò sulle orecchie un berretto rosso, diede una girata a tutte le prigioni se fossero ben assicurati i chiavacci: e messosi in cintura a sinistra un grosso coltellaccio, a destra il mazzo delle chiavi, uscì frettoloso. Passò davanti a San Nazaro, lasciò a destra il lago artificiale presso al luogo ove sorge l'Ospedale, e di cui serbano memoria le vie di Pantano e di Poslaghetto e venne a San Giovanni in Conca. Fin qui stendevasi il palazzo, o piuttosto l'aggregato dei palazzi dei Visconti; e Luchino stava continuandone la fabbrica con quattro grandi torri ai canti, e dentro ogni migliore comodità. Nel tornare quivi era scavalcato il principe: dato un'occhiata alle costruzioni, censurato, lodato, ordinato siccome dee fare un padrone; quindi per un corridojo coperto, largo dieci e più braccia, e che accavalciava i tetti, era venuto fino alla Corte, ed entrato nelle splendide sale.

Poco tardò a sopraggiungere Macaruffo, e lasciandosi dietro quelli che non avevano se non da esporre al principe i loro bisogni o domandargli la giustizia, fu introdotto da Grillincervello, il quale, con un fare tra goffo e maligno, scotendo i sonagliuzzi, imitava il rovistio delle chiavi, che tintinnivano ad ogni passo del montanaro. E poichè questi, col berretto in mano, rannicchiato presso allo stipite della porta, faceva grandi inchini, grande strisciar di piedi, il buffone forbottandolo gli diceva:—Bada, frusto villano, che non mi stracci il tappeto: vien di Damasco, e me lo pagheresti con altrettanto della tua pelle».

Luchino, senza guardare in viso al carceriere, domandò:—Che fa la signora Margherita Pusterla?

—Oh!… magnifico…. serenissimo…. Oh signor principe! la sta da papa rispondeva l'altro.—Nessuno che le torca un capello. Non trae mai fiato di lamento. E poi le domandi, e sentirà.

—Ma di me che dice?» richiese il Visconti.

—Dice… cioè… oh serenissimo… oh magnifico…» e seguitava questa litania, non tanto per adulazione, quanto perchè non sapeva che cosa rispondere; onde corrugava la fronte, e fissava due occhi stupidamente indagatori in faccia al padrone, come per leggervi se dovea rispondere che lo bestemmiasse, ovvero che lo benedicesse. Ma leggere sul freddo e impassibile viso di Luchino, era impresa difficile anche ad occhi molto più aguzzi de' costui; laonde imbarazzato egli cagliava. Se non che lo trasse di pena Grillincervello dicendo:—Su, parla: che? hai tu veduto il lupo? Scommetto la mia marotta d'argento che essa ne ragiona col miele sulle labbra: n'è vero?

—Appunto (parlava il carceriere): non sa finire di lodare la sua beneficenza che le ha dato sì vistoso alloggio.

—E sicuro dai ladri», interrompeva il buffone.

—E che la fa trattare come neanche a casa sua».

Qui il bergamasco taceva, seguitando a confermare l'asserito cogli atti del viso e con premer la mano sul petto, e Grillincervello saltava su:—Non lo sapeva io? Padrone, tu puoi quando che sia licenziare il tuo Andalon del Nero, e nominare me per astrologo serenissimo. Egli pronostica dalle stelle, io dal mio can barbone, che più gliene appoggio di sode, e più mi corre a leccar la mano».