Luchino fece un moto delle labbra che somigliava a un sorriso; poi voltosi al carceriere,—Da qui innanzi però trattala meglio, ed ogni mezzodì vieni a levare alla nostra cucina un piatto da recarle».

Poi, al tempo stesso che, alzando la mano, gli accennava d'andarsene, soggiunse:—E le dirai che il principe si ricorda di lei».

—Carità pelosa» mormorò il buffone. Il carceriere spalancava tanto d'occhi, corrugava la fronte, rotondava la bocca dalla meraviglia, e pensava fra sè:—Trattar bene un prigioniero! Ch'e' voglia morire?» Poi, moltiplicando le riverenze profonde fino a terra, dava indietro per uscir a modo dei gamberi, allorchè Grillincervello, dopo una sonora risata, ghermitolo per un braccio, e col dito dell'altra mano accennandolo a Luchino, disse:—Lasagnone meriterebbe il suo nome in superlativo se di quel piatto non ungesse la sua golaccia, ed a voi non desse ad intendere che madonna ne viene grassa, e che ve ne sa gran mercè.

—Potrebbe fargli (ripigliò con fiera ilarità il Visconti), potrebbe fargli il pro che ha fatto jeri la lepre a quell'altro».

Bisogna sapere che il giorno innanzi era stato côlto uno sciagurato, il quale aveva avuto l'imperdonabile ardimento di uccidere un lepratto: ed il principe freddamente aveva sentenziato che il delinquente mangiasse quella bestia così cruda, con ossa e pelle e tutto, come dovette fare, e in conseguenza crepare.

Grillincervello intese l'allusione, ed esclamando:—Dio salvi i cani da tali bocconi!» accompagnò con un calcio Macaruffo, il quale tra i denti augurava che il desinare diventasse tanto tossico al linguacciuto beffardo, perchè gli avesse sturbato il disegno che aveva già fatto sopra la vivanda della cucina principesca.

CAPITOLO XII.

PEGGIORAMENTO.

Il giorno dappoi, all'ora che Lasagnone soleva portare alla Margherita una pagnotta, una scodella di zuppa ed una brocca d'acqua, le comparve dinanzi con volto più mansueto, a somiglianza d'un orso quando fa cerimonie. Obbediva egli così a colui, al quale egualmente avrebbe obbedito se gli avesse comandato,—Lasciala consumare di fame». E poichè le ebbe deposto per terra il vaso dell'acqua e accomodata la scarsa prebenda, a guisa di chi vuol mettere in sapore di cosa inaspettata, diceva:—Qui poi, ci ho un lacchezzo per vossignoria»; nel mentre che pian pianino, sto per dire con devozione, veniva rialzando i lembi di un tovagliuolo, di sotto al quale comparve un fragrante manicaretto. Tirò il fiato per le narici colui, come un segugio che fiuti il sito del selvatico, e mettendosi la mano sul cuore, esclamò:—Oh buono!» poi deponendolo avanti alla sventurata, che, a quei garbi così insoliti e così goffi, a quella voce così stranamente indolcita, così forzatamente cortese, apriva la fisonomia ad un malinconico sorriso,—Questo (le soggiunse) glielo manda l'illustrissimo signor Luchino: padrone nostro e di tutta Milano; e dice che glielo manderà tutti i giorni, dice; e che vuole sia trattata sempre da par sua: e dice che si ricorda di lei».

Questo cambiamento in meglio recò tutt'altro che conforto alla Margherita. Come succede al giusto conculcato dal prepotente, ella sentivasi di gran tratto superiore al suo nemico; e a guisa di una molla d'acciajo, più era calcata, più con vigore rimbalzava. Oggi però che ne riceveva una cortesia, e pur troppo non poteva recarsi a crederla da pietà o dalla acquistata certezza dell'innocenza sua, ma dovervisi celare qualche insidia; oggi le si apriva dinanzi all'immaginazione un'altra serie di patimenti e martirj nuovi che le sovrastavano. Quindi, allorchè il carceriere le fissava gli occhi guerci in faccia, aspettando di vederla tripudiare dall'allegrezza, un profondo sospiro mandò ella invece dal petto, e sollevando lo sguardo gonfio di lagrime al cielo, esclamò:—A voi mi raccomando».