—Sempre nuovi argomenti della sovrana clemenza» esclamò il cancelliere strisciando una riverenza e ritirandosi: e Luchino, lieto in viso più che non potesse essere in cuore, stropicciava le mani, chinava a scosse il capo con una ferina voluttà e pensava:—Ecco, il castigo segue davvicino all'oltraggio. Superba! sarai contenta. Mi sentiva proprio bisogno di questo balsamo. Ora mi trovo sollevato».

Non occorre dirvi che dei severi ordini di quel giorno, buona parte ricadde sopra la Margherita. Non solamente esso le levò quel ristoro giornaliero, ma la fe' gettare in una prigione assai peggiore e, sotterranea. Il carceriere, essere miserabile, contento di bistrattare a baldanza le persone a lui consegnate, come le vide tolto quel cibo ch'era un sacrifizio gradito alla sua ghiottoneria, le divenne oltre misura severo, quasi per vendicarsi di lei che avesse demeritato un favore, unicamente a lui profittevole. Che se dapprima il corruttibile animo suo scendeva con essa a qualche cortesia, almeno di parole e a modo suo, ora con atti dispettosi, con arguzie che fan tanto male a chi soffre, compiacevasi esacerbare le vendette del suo signore.

La carcere dove essa fu mutata nel recinto istesso del castelletto di porta Romana, era proprio conveniente a quei tempi, in cui furono fabbricate le Zilie di Padova da Ezelino, e da Galeazzo i Forni di Monza, nei quali i condannati si calavano per un foro della volta, e posavano sopra un pavimento scabro e convesso, in tanta angustia di spazio, da non potersi nè tirar ritti sulla persona, nè distendere per terra. In quei forni era stato custodito Luchino per alcun tempo dall'imperatore Lodovico il Bavaro: e poichè la sventura ai tristi non fa se non peggiorarli, volle che poco migliori riuscissero queste, che stava fabbricando.

La Margherita nella sua poteva appena mutare quattro passi: nessun'altra luce che la scarsa d'un alto finestruolo, il quale usciva a fior di terra in un cortile, per modo che nei giorni piovosi l'umidità vi scolava e ne rivestiva d'afronitro le pareti. Passati i giorni vernerecci, era allora incominciato il maggio, quando le tiepide arie fanno brulicare la vita nei campi, e infondono un ineffabile sentimento di gioja negli animali e nell'uomo. Dalla primitiva sua stanza, Margherita aveva veduto rinfrescarsi il verde dei prati, le gemme degli alberi gonfiare e sbocciarne le foglie primaticcie, delle quali, coll'amore e colla compiacenza che solo i prigionieri conoscono, ella osservava dì per dì e misurava il crescere, il dilatarsi, il verdeggiare; aveva sentito i venticelli fecondi alitarle sul viso: garruli stormi di augelletti rinnovare i canti e gli amori sotto al soave raggio del sole, che più sempre inalzandosi, faceva men lungo il tedio delle notti, sì caro il rosseggiare della mattina e del tramonto, invitando i mortali a ringraziare il Signore, che all'inverno fa succedere la primavera, ai patimenti le consolazioni.

Ma qui, nulla di tutto ciò, non più il sole, non più spaziare colla vista sopra le sterminate campagne, e lontan lontano, verso occidente, posarla sulle montagne, appena distinte dall'orizzonte: qui non più una pianta, non una zolla erbosa, non vedere un uomo che a suo talento vada o resti o torni; non potersi affissare nei melanconici splendori della luna: solo tenebria e lezzo e il tacere di un deserto, o le querule bestemmie di un inferno. Eppure le lagrime della Margherita scorrevano più libere, meno angosciose.

Al primo entrare in quella tana, si prostrò ginocchione a ringraziare la Madonna; aveva salvato il suo pudore, e di più aveva appresa quella vitale novella. Oh come lo disacerbavano i patimenti! come le sorrideva l'immaginazione! E poichè il prigioniero ama gettarsi lontano colla fantasia, e fermarsi su casi che possono succedere dopo molti anni, anzichè considerare quelli più vicini che troppo crudamente lo richiamano alla spietata sua situazione, le veniva nel pensiero e nella speranza un giorno, in cui col marito e col figliuolo ritornerebbe libera nella città, alla campagna, a tuffarsi nelle onde di luce, che così limpido versa il sole sulle terre lombarde, a rivedere le rive del lago Maggiore, piene delle vergini memorie dell'età sua più gioconda perchè più spensierata; e poi invecchiare nella propria casa, colmata di dolcezza da un figlio, degno di tutto l'amor suo, e con lui, coi figliuoli che nascerebbero da lui, ritesserne piacevolmente il viaggio della vita. Immaginando quel tempo, se ne figura al vero le gioje, e ne ringrazia Dio, e già le pare essere con Francesco suo, col suo Venturino, nei luoghi usati, fra cari amici, e più di tutti gli amici caro quel Buonvicino, che le aveva dato la maggior prova possibile di amore, quella di trionfare del proprio amore.

Nulla era accaduto che l'avesse pur d'un capello avvicinata all'avveramento di questi sogni: ma era fatta certa che que' suoi cari vivevano tuttavia; e la speranza è tanto ingegnosa a ordir le sue tele, appena trovi un filo pur debole a cui attaccarle!

Quindi, allorchè la mattina un tardo raggio di fioca luce scendeva attraverso le ferriate della sua prigione, col primo pensiero ella correva ai suoi cari, che godrebbero intera la delizia della luce; ad essi mille volte fra le monotone cure del suo giorno; ad essi principalmente nell'ora che il dì se ne andava; ora feconda di tanti sospiri all'esule, al solitario, a chiunque ama, a chiunque patisce. Li sapeva liberi; dunque ne andava seguitando le orme;—dove? con chi? non poteva indovinarlo, ma poteva essere per tutto ove non giungesse la tirannide viscontea: tanto più vasto campo alla fantasia della paziente. E le idee carezzate fra il giorno le si riproducevano poi nel dormire, e le facevano consolati almeno gli istanti del sonno. Soffriva, deh se ancora soffriva! pure un pacato raggio a volta a volta diradava quell'oscurità, sicchè talora l'avresti fin detta allegra.

Più d'una volta Macaruffo si accostava origliando all'uscio della prigione, forse per il barbaro gusto di sentirla mormorare e indispettirsi, e tutt'al contrario l'udiva, con sommessa voce ma soave quanto un flauto che risuoni di lontano fra il tacer della notte, cantare le litanie, pregando la Madre degli afflitti che pregasse per noi.—Malann'aggia costei!» esclamava lo scortese.—Che mai non deva io vederla impazientirsi?» Egli ignorava che ella sapeva invocare Iddio. A sturbarle però almeno un istante quella calma, il villano bussava, rumoreggiava attorno alla porta, alzava in tono minaccievole quella sua voce rantolosa e squarciata: un ribrezzo correva per la persona alla Margherita, e lunga pezza il cuore le batteva convulso: il canto per tutto quel giorno era interrotto: lugubri fantasie si attraversavano alla sua mente, e piangeva, e invocava il nome del Signore, e lo supplicava di potere una fiata, una sola, per un sol momento rivedere lo sposo, il suo figlioletto!

Qualche volta anche le giungeva all'orecchio il vagire di un bambino, una voce fanciullesca che chiamava la mamma, o ripeteva la parola dell'innocenza sicura. Erano forse figliuoli di qualche soldato, o chi sa? di qualche prigioniera, con cui dividevano e della quale alleviavano il castigo. Ma alla Margherita quanti pensieri suscitavano, quanti affetti! che non avrebbe dato per poterli vedere, vedere quell'età, somigliante agli angeli, quei cari occhi da cui non traspare che ingenuo affetto e un amore non simulato, non calcolatore, e una placida curiosità; nulla di maligno, nulla di crudele, nulla di bugiardo! Se mai potesse almen da lungi rimirarli, inerpicavasi ella verso il pertugio da cui riceveva lume ed aria. Ah! non vedeva che mura scabre, altissime, con alte finestruole ferrate, entro alle quali altri languivano, forse innocenti al pari di lei, forse il ladro, l'assassino. Ne intendeva le voci: per lo più erano o sucidi parlari, o bestemmie, o un batter rabbioso dei ceppi contro le spranghe: nessuna parola di pace, nessuna di benevolenza, di perdono. Per implorare su di essi il dono della pazienza, essa pregava il Signore, e in quell'atto alzando i begli occhi, vedeva un piccolo campo di aria, e fermavasi a contemplarlo. Oh come il prigioniero conosce ogni stella, ogni nube, ogni accidente del palmo di cielo, in cui tante volte ha fissato lo sguardo!