Stavano in quella discorrendola il signor curato e il sindaco del paese; l'uno in nicchio a tre venti e spolverina, l'altro in maniche di camicia e gambe nude. Di quest'ultimo parmi aver già toccato; l'altro, don Amadio, passava per un dei valenti se ce n'era là intorno, famoso per gran pratica dei quaderni teologici e de' casisti, e per una salva di testi che aveva sempre alla bocca. Nelle congregazioni plebane, ove, secondo i decreti del Concilio di Trento, osservati perchè ancor recenti, accoglievasi spesso il clero per decidere casi di coscienza, don Amadio era sempre lui che dava il tratto alla bilancia; e dopo aver lasciato un poco diguazzarsi i reverendi suoi confratelli pel si e pel no, egli buttava fuori il suo oracolo, che troncando il nodo, li metteva tutti bravamente in sacco. Pel suo credito era stato anche fatto vicario foraneo, dignità di qualche conto allora, quando le curie emanavano da sè decreti ed encicliche, senza bisogno del regio visto; e tenevano tribunali, giudizi, prigioni. Vero è bene che il nostro curato non voleva sciuparsi con troppe brighe che lo distraessero dai prediletti suoi studi; e men voglioso di fare che di lasciar fare, anche nella parrocchia, dopo che le domeniche aveva pascolato le sue pecorelle con prediconi, distesi secondo tutti i precetti della retorica che era il suo forte, lasciava poi ad esse la cura di metterne in pratica gl'insegnamenti; se nol facevano, colpa loro; la sua coscienza era tranquillata. Uomo specchiato del resto, riverente ai signori, e sopratutto amante della pace e di quelle cose che si chiamano il buon ordine e il tranquillo vivere.

Sorseggiato la cioccolata, se la passeggiava egli giù giù, digerendo all'aria aperta, colle mani alle reni una nell'altra e fra le due la tabacchiera, mentre il sindaco sbocconcellando un tozzo di pan mescolo asciutto, colla zappa sulla spalla dirizzavasi ai campi, si veniva con lui rammaricando d'una nuova tassa, imposta dal feudatario, contro le antiche consuetudini, e detta del bollino, perchè faceva pagare a' vinai il bollo che metteva sulle mezzette del vino a minuto.

Il sere ascoltava quel rancore del sindaco, poi dando fuori in uno scroscio di riso che gli faceva traballare la pancia, tra l'offrirgli una presa di tabacco, gli diceva:

— Eccoti alle solite antifone. Ma cotesto non è un cercar le noje col lanternino? Che importa a te s'egli mette una tassa nuova? Quando toccasse a te a pagarla, vorrei dire: ma chi ha da fare ci pensi. Sai tu che se' curioso? Se tu cavassi frutto dalle mie prediche, non ti prenderesti ne tante scese di capo. Bada a me, bada a me, che la so più lunga. Lascia andar l'acqua in giù, e lega l'asino dove vuole il padrone. Il mondo non è sempre andato di questo passo? Che? Vuoi tu ora ristampare il mondo?

— Sarà bene (soggiungeva il sindaco), sarà bene, perchè vossignoria legge tante storie, e deve saperlo: ma però codeste angherie una volta non si soffrivano, e quando godevamo la nostra libertà...

— Zitto là, l'interruppe don Amadio. Che cosa mi vai accattare qua il tempo che Berta filava? Ora è così, e così lascia stare, e dà mente a me, se non vuoi farti avere in tasca. Ecco me; io sono pure qualche cosa, e Domenedio, per sua grazia, non mi ha fatto una zucca. Eppure sto coi frati, e così me la campo d'amore e d'accordo con tutto il mondo. Oh questa è curiosa! Che i padroni operano da padroni sono forse cose che le si facciano da jeri? Che? Le dita della mano sono forse tutte eguali? Ti ricorda piuttosto che egli è l'illustrissimo don Alfonso, e tu sei Isidoro pover'uomo.

— Ma galantuomo, dava su il sindaco: e toccandosi la sua gabbanella di frustagno. — Vede, signor vicario? su questi stracci non c'è una macchia nè di sangue nè di lacrime; mentre sul broccato di qualchedun altro...

Egli s'interruppe all'udire degli abbai ed uno scalpitare fragoroso, e poco stante vide don Alfonso svoltare la cantonata, onde, facendogli tanto di berretta, mogio mogio tirò di lungo. Ma il curato, scoprendo una larga tonsura, con profondi saluti si avvicinò a riverire il feudatario. Cortesissimamente questi ricambiò, e — Ci onorerebbe vostra riverenza di sua compagnia alla caccia?

Al nostro curato sarebbe parso di mancare ai convenevoli se coi superiori avesse parlato nel tono stesso che faceva colla marmaglia, e però, qualvolta gli occorresse di ragionare con essi, vestendo un tutt'altro uomo, lasciava da banda il favellare piano e alla ambrosiana, per isfoderare un gergo concettoso, fiorettato, e, come si dice, in punta di forchetta: nel che quella generazione, come sanno perfino i barbieri, poneva il paragone dell'ingegno e dell'eloquenza. A quell'invito adunque — Oh illustrissimo (rispondeva), mercè i raggi che il sole della sua cortesia diffonde sulla valle de' meriti miei, pajonmi le tenebre mie più chiare che non sono. Ma i canoni che, come vossignoria, m'insegna, debbono essere la nostra stella polare, mi diniegano d'accettare un favore, esibitomi così cortese e graziosamente. A venationibus, aucupiis, tabernis, choreis, ludibusque abstineant[3].

— Bene, bene, replicava l'altro. Domani però si ricordi che, al solito, la posata è disposta per lei.