Gli era quel tal giardiniere del padrone della filanda, che, se vi ricorda, aveva anni fa, regalato alla Brigita, quel magliuolo di vite, pel cui guasto era avvenuto il lepricidio. — E anch'io (soggiungeva Cipriano) ci ho anch'io un poco di merito alle fortune di mia sorella, per avere tenuto in guardia quella vite; non è vero, Brigita? Basta: la vite ha portato frutto, e il bel primo grappolo mi prendo la libertà di presentarlo a loro illustrissimi.
Qui, levandone i pampani sovrapposti, discoperse un paniere di pesche fragranti, sormontate da dorata moscadella.
— Abbiam tutto per ricevuto, risposero i signori: poi donn'Emilia si trasse di capo uno spillone d'oro, che le dame portavano infisso nel volume delle trecce come d'argento l'usano tuttora le contadine; la contessa madre si sciolse uno smaniglio d'oro a filagrana; don Alessandro spiccò dalla giubba una dozzina di massicci bottoni d'argento (allora giudicavasi più decoroso il regalare così che non con denaro), e diedero ogni cosa alla Brigita, che fu un bel presente. Don Alessandro poi, voltosi a Cipriano e battendogli sulle spalle con quel fare d'amichevole protezione che i signori, senza derogare alla dignità, possono concedere ad esseri tanto a loro inferiori: — E tu (gli disse) possa tu non aver mai occasioni che giuste di metter fuori il tuo coltellaccio.
— O per questo (replicava Cipriano, che non toccava coi piedi in terra al vedersi, là in faccia a tutto un mondo, trattato con tanta bontà da un nobile), oh per questo, illustrissimo, la stia sicuro. Perchè, non c'è risposta, noi Brianzuoli siamo fatti così: somigliamo ai cani da pastore; fedeli, sempre quieti, da bene finchè si lasciano stare; ma vien l'occasione? arruffano il pelo, cacciano fuori tanto d'occhi, e non temono affrontarsi, fosse bene coll'orso.
I primi passi, com'era naturale, furono alla nuova chiesa.
Se don Alfonso avesse potuto sciogliere lo scellerato suo voto, avrebbe forse eretto ed ornato uno splendido tempio, perchè laute sono le rimunerazioni onde il delitto mercanteggia la complicità che al Cielo domanda. La gratitudine, più modesta, non aveva edificato se non una angusta e disadorna chiesuola, che il sindaco mostrò parte a parte con una compiacenza da artista. Il signor vicario poi montò in una botte sfondata della cànova di Cipriano, che per quell'occasione erasi rinfronzita in modo da scusar di pulpito, e sopra il versetto Sicut fluit cera a facie ignis, dispereant peccatores a facie Dei, et justi epulentur et delectentur in lætitia[7] sfoderò un bravo panegirico; un panegirico sulle molle. Gli è ben vero che, quando i signori gliene presentavano le loro congratulazioni, egli asseriva che unicamente la cortesia di essi era la cifra che dava valore allo zero de' meriti di quello, e volse lasciare intendere d'averlo fatto a braccio; ma non è facile il persuadersene chi badi all'erudizione e all'ingegno che v'erano a pale. Accennò di fatto tutti i templi antichi, da quel di Serapido fino alla rotonda di Agrippa; recitò una sequenza di architetti i più famosi; con una delicatezza da stordire, encomiò i Sirtori e la signora Perego sotto al velo di Salomone e di Zorobabelle; conchiuse esortando i contadini ad elevare un mistico tempio, dove gli affetti fossero i muratori, che, colla calce della carità fraterna e la cazzuola della limosina, sopra il fondamento della fede ergessero le mura della speranza, tra cui le colonne della memoria coi capitelli della gratitudine sostenessero la cupola della devozione, sotto alla quale dalle campane della tradizione venissero congregati i popoli ad una festa, in cui fossero arazzi le preghiere, altari i cuori, lampade l'allegrezza comune, organi le gole cantanti, incensi... non mi ricordo più che cosa, giacchè il panegirico non fece mai gemere i torchi; ed è un peccato, perchè potea far testo.
I paesani, più trasecolati da quel tòcco d'eloquenza quanto meno ne avevano compreso, sbucarono di chiesa non appena fu finito, e don Alessandro ordinò a Cipriano che mescesse ancora a tutti; il che non domandatemi se accrebbe l'allegria ed il frutto del sermone.
Mi s'era dimenticato di dire come la medaglia d'oro che era stata pegno di vendetta, venne di fatto appesa in voto alla Madonna, e là rimase fin quando, trentasett'anni fa, i Francesi ci fecero, cogli ori della chiesa, pagare quella bellezza di libertà che ci venivano a regalare. Allora uno di questi contorni, spirito forte che s'era fin lasciato intendere a dire che i frati non erano se non tanti oziosi, d'ordine del Governo la levò via per cambiarla in tanti zecchini, e ve ne sostituì un'altra di similoro. E la medaglia e la libertà, come succede delle cose false, presero il verderame: quella passò tra le ciarpe di un ferravecchi, l'altra tornò in paradiso ad aspettare il Dies iræ.
Tanto andò a genio quella sagra campestre, che i signori istituirono di tornarvi ogni anno. Cominciarono a menare alcun amico, e amici n'han sempre di molti i signori, massime d'autunno: qualche ricco che là intorno villeggiava, per curiosità, per passatempo volle vederla. I contadini rimangono in quel tempo disposti all'allegria dalle miti sere e dai ventilati mattini succedenti alle eterne giornate, sudate sotto la sferza della canicola, dal vedere indorato il granoturco e colorita la vendemmia. Se vi aggiungete le memorie della libertà ricuperata e, cosa non meno importante, della merenda goduta, facilmente intenderete perchè vi traevano volentieri, quando anche non vi dicessi che don Alessandro continuò a pagare a Cipriano due zecchini, perchè distribuisse quattro brente del buono. Con così poco i ricchi possono farsi voler bene! Morto poi quel signore, per non ismettere la buona usanza, gli accorrenti portarono con sè da merendare e da bere una volta, ovvero dei bravi quattrini, coi quali, mentre pagavano il fiasco a Cipriano, questi, già grave d'anni e padre di figli che avevano figli, coll'aria d'importanza propria dei suoi confratelli, diceva loro: — Ecco; finchè visse quel buon signore, si bagnava il becco con meglio che dell'acqua, e gratis et amore Dei, e questi erano tanti risparmiati. Ma dei signori buoni non se ne trova uno ad ogni uscio. Eh tu, Matteo, non puoi aver idea di quel diavolo a quattro; tu eri ancora a balia. Ma voi, Cosmo, che, poco su poco giù, siete del mio tempo, dovete serbarne memoria, eh? E trovava tutto il suo pascolo, quando, messo in mezzo da una ventina di villani, non meno vogliosi d'udire che esso di narrare, poteva ripetere punto per punto l'istoria, mostrar la vite, che ormai rinfronziva tutta la fronte della casetta, e di bei festoni attorniava le finestruole, e descrivere gli atti e le parole dell'Orso di Barzago che Dio gli abbia perdonato, e don Alessandro Sirtori che spendeva come un Cesare, e che aveva il cuore compassionevole quanto se fosse stato un pover'uomo. — E la cagione di questo sconquasso (aggiungeva con una stropicciatina di mani) chi è stato? Io, io persona prima. L'ho vista brutta, ma la paura non sapevo dove stesse di casa io. Eh! adesso sono da mettere fra gli scarti: ma allora ero un acciarino bresciano: poi un buon Brianzuolo, quando fa bisogno, non c'è a dire, muora Sansone e tutti i Filistei.
Mancò poi anche Cipriano; mancarono quel Cosmo che se ne ricordava, e quel Matteo che non se ne ricordava: col valicar dei tempi, nuove disgrazie fecero perdere la memoria di quelle: e però, non fo per dire, ma bisogna chiamarsi obbligati a chi riempie queste importanti lacune della storia col tornare in luce fatti così istruttivi ed esemplari come veri.