— Promettimi (ella ripiglia) che oggi non andrai dal vinajo. Hai quella sottana che, già quindici giorni, ti hanno data a rattoppare. Lavora oggi a quella, domani ti pagano: hai que' denari, e poi anche questi.

— Sì, dici vero, soggiunge colui, e sghignazzando le ciuffa la moneta, e si dà a ridere a scroscio, e beffarla, e saltabellare, e intonar una canzonaccia. In quella suona la campanella che richiama le filatore al lavoro: la Laurina, asciugandosi gli occhi e dimenando il capo, si avvia di gran passo là, dove certo il soprantendente la rimbrotterà di questo ritardo; e il marito suo gongolando si difila alla mèscita del vino, e accolto fra i benvenuto di altri beoni che giocano alla mora, sbatte con trionfo la moneta sul deschetto dell'ostiere, e — Qua un orcioletto della vostra sciacquatura di bicchieri.

Sin dalla fanciullezza cominciò quel tentennone a piacersi del far nulla; e in questa inclinazione lo secondò il cieco amore della madre. Suo babbo voleva avviarlo a lavorare la campagna come lui, ma non ne poteva trarre costrutto: e la madre gli diceva: — Non vedete com'è pochino? non ha quelle spallacce digrossate coll'ascia, quelle manacce che avete voi, da fare la talpa e zappare la terra. Avreste a volerlo accoppare il poverino.

Il padre, per amor di pace, lo mise sotto un ferrajo: ma anche qui bisogna adoperar la schiena, e a colui il far nulla era una sanità. Dunque da capo a mutare; lo allogarono con un sartore; ma neppur questo basto non gli entrando, egli salava di spesso la bottega per andare a gironi, gingillar sulle piazze, foraggiare pei campi, tendere varchetti alle lepri, alleggerire i peschi e i tralci. Suo padre si rodeva il cuore, lo rimproverava, lo batteva perfino: ma la madre, — Poveraccio, tu se' magro spento! Mala cosa! ti rintisichiscono in quella bottega: hai bisogno d'un po' di svago. Tè; e gli dava un cinque soldi per andare a confortarsi alla bettola con un bicchierino (diceva ella) di quel che rimette in gamba. Appena pigliò pratica in quei brutti luoghi, Tita saltò la granata; giacchè il vizio è come la quartana: presto si piglia; ma a sradicarla ti voglio.

Quindi ogni briciolino egli tornava a stuzzicare sua mamma per qualche soldo: ed essa gliene dava di quelli che ritraeva dal vender le uova e i pulcini; ma sì, non sarebbero bastati se le chiocce avessero fatto tre volte al giorno. Allora dunque che non poteva smungere nulla, il tristanzuolo ingrugnava che non si poteva avere bene di lui; stava sulle picche e sui dispetti, non voleva saperne di bottega e di obbedienza: se sua madre lo sollecitava d'andare a messa e a confessarsi, gli rispondeva altro se non — Datemi dei quattrini.

Poi, vedete come si riesce da un primo passo in traverso; una volta si trovò scorbacchiato dai compagni che, sapendolo all'asciutto per fargli izza gli dicevano, — Ehi, Tita, non ci stai più al bicchierino? non vuoi fare una partita alle palle? una partita e un fiaschetto? Egli, entrato in casa di una vicina, le tolse un agone d'argento, di quelli che s'infilano nelle trecce, e ne ebbe quaranta soldi, che succiò coi camerati.

La vicina, accortasi, ne levò rumore; la madre di Tita procurò parar via la cosa, e sarebbe riuscita a rimpaciarla se il segretario comunale non ne avesse avuto sentore; sicchè lo denunciò alla giustizia, e a Tita toccò la prigione.

Capite? la prigione come a un ladro.

Fortuna che, tra il perdono della vicina, tra le preghiere della madre e l'essere la prima volta, e il ricoprirlo come ubbriaco, ci fu messo una toppa, onde, pochi giorni apresso, il signor giudice il rilasciò dandogli una seria paternale, e il precetto di più non metter piede all'osteria.

Venuto fuori, la lezione era stata di tal qualità, ch'egli parve aver messo giudizio, e babbo e mamma ne stavano consolati. Ma come la gramigna ricaccia se non è svelta dalle radici, così il vizio. Un giorno le vecchie praticacce di Tita stavano battendosi alla mora sulle pancacce dinanzi alla bettola. E vedendolo passare, — Ehi, Tita, vuoi fare il quarto? o sei ridotto al moccolino? C'è un vinetto da risuscitare un morto.