— Eh, i frati! attacca un'altra sospirando. Del gran bene facevano i frati. Tutto il dì, tutto l'anno mai non facevano niente, per poter pregare anche per quelli che non pregano, e massime per noi villani, che, costretti a faticare il giorno intero, non ci avanza tempo da dare a Domenedio.
— E i benefizi che compartivano, dite poco? (È la Simona che parla.) Mai non venivano alla cerca, che non regalassero o una coroncina, o un santino, od almeno non benedicessero il mal di madre, i figliuoli ammaliati, e scongiurassero i bruchi e le formiche.
— E voi cosa davate loro? chiede quella tal ragazzina.
— Oh, un poco di tutta quella grazia di Dio che si coglieva. Caspita! non erano state le loro preghiere che l'aveano salvata dalle brine e dalla gragnuola? Ma non si portava mai al convento una coppia di polli o qualche stajo di grano, che non ci ricambiassero or coll'insalata, or con le carote... Che sgrigno è cotesto? Chiacchierina! porta rispetto, chè di fame non moriva nessuno, e il Signore faceva andare sempre co' fiocchi la campagna: il melgone si comprava a otto lire il moggio, e la gente non era così spessa. E quando d'un figliuolo non si sapea che cosa farne, c'era dove collocarlo: e se il marito o la suocera ci facevano mandar giù degli stranguglioni, si aveva dove andar a vuotare il sacco e chiedere un parere.
— Voi non dite male, no, Simona: così la Teresa. E vorrà forse essere per altro, ma quest'è un fatto che allora non si pativa tante malsanie. Confessate in verità vostra: vi ricorda che, da qui indietro, si parlasse tanto di catarri, di reumi, di tutti questi acciacchi che ora non si dice altro?
— Quanto a questo, rompe il ghiaccio la Betta, che di tutte è la più sufficiente; ho sentito io soggetti che la sanno lunga, assicurare che la causa n'è l'innesto del vajuolo vaccino. Non parliamone nè anche di questo scandalo d'innestare una bestia, e una bestia di quella fatta, sopra i ragazzi, e peggio sulle bambine, che è forse per questo che non hanno ancora gli occhi rasciutti, e già le pajono così maliziose. È bensì vero che molti morivano, molti rimanevano conci nemmeno da vedere; però era uno spurgo necessario come tant'altri, e dopo si campava sani come acciajo. Ora hanno voluto andare contro a quello che veniva di lassù; non so che dire: tal sia di loro.
Fra questi e simili discorsi fatto notte, sopraggiungono vispe, leste le più giovani, e dietro ad esse i garzoni, moscheggiando, barzellettando, soffiando sulle mani aggranchite ed esclamando: — Oh che freddo! Allora così al bujo, è un via vai, un passerajo di cento voci che una soverchia l'altra, una l'altra interrompe; onde se tu volessi trovarne il filo, oh va raccapezzare quel che si ciancia sur un mercato. Dispongono quindi i trespoli e gli scannelli, e cominciano ad acchiocciarsi, a quetarsi. E la Savina dopo aver allegramente contato quel che fece, quel che disse, quel che intese fuori per la giornata, piglia la rocca, e sbattendo il pennecchio del lino — Su via (dice) facciamola finita; è ora d'accendere il lume e lavorare, se ho da ammannire il corredo della biancheria per quando mi fo sposa. E, nel dire, stazzona col gomito un giovinotto che le sta a spalla.
— La lingua batte ove duole il dente, n'è vero? scappa fuori una camerata invidiosetta. Oh, si sa bene che hai l'innamorato.
— Ah ah! ride la Savina. Chi? io? ti par egli? sei pur la dabbene! Così fosse! Ma chi vuoi che mi musi? Ha da venir neve rossa.
— Sì, sì, insiste l'altra. Non farmi la forestiera. Non ti ho forse io scorta jeri quando andavi per acqua, eh? Egli ti pedinava, e che paroline t'ha detto? Oh, se mi tocchi, squatterò io gli altarini. Scommettiamo...