Unico ristoro le era la Bia. Con lei si cavava la voglia del piangere; con lei diceva quel che le passava in cuore, quel che doveva nascondere a tutti gli altri! con lei andava al camposanto a recitar il rosario per quella povera anima. Ma poi se la pigliava anche contro di essa, la riguardava come il solo testimonio del suo delitto; come un essere da cui dipendeva il renderla la più misera delle creature: e tremava che un giorno o l'altro potesse manifestarlo. E per quanto si sforzasse in vista di far la disinvolta e accarezzarla e tenerla colle belle belline, dentro se ne rodeva, e tutto quel che la Bia facesse, lo prendeva per traverso. La udiva cantare? le pareva insultasse al suo dolore. La vedeva parlacchiare con qualche altra? ne entrava in gelosia. Sentiva zufolarsi le orecchie? — Sarà la Bia che rinvescia tutto. Le parlava talvolta di quel povero figliuolo? — Lo fa a bella posta per rinfrescarmi il dolore. Se la Bia diceva, — Tienmi i ragazzi finchè io vada al mulino o a risciacquar il bucato, — Ecco (pensava ella) fin da serva la mi fa fare. Se le cercava un pugno di sale, — Due, rispondeva; ma fra i denti brontolava: — La si vuol far pagare perchè non soffi. In ogni occhio che la fissasse credeva leggere la sua accusa: — Certo colui o colei sa il caso mio; e chi può averglielo detto se non la Bia? Al vederla dunque le veniva verde il sangue; e perchè quando c'è una cosa nel cuore, è come la tosse, che non si può nasconderla, certi atti bisbetici, certe frasi piccose che le scappavano contro voglia, lasciarono alla Bia comprendere il vero. Così cominciarono a raffreddarsi, a gattigliare, e stare ciascuna sulla sua; e l'Agnese a odiare quell'altra come il mal di capo, e crescere così il suo pericolo immaginario. Più non si vedeva innanzi che fantasie paurose; non sognava che la giustizia; il pronostico fatto dalla strega a sua madre le ribolliva nel capo come vicino ad avverarsi, e tutto in grazia di chi? in grazia della Bia. E credeva vedere che costei andasse a darla fuori, a servir di testimonio, onde le pareva di non potere aver più bene al mondo finchè al mondo vi fosse colei. La morte di essa era il voto che mattina e sera faceva nelle sue orazioni: quando tornavano le solennità, vi si preparava colle novene, col digiunare; poi confessata e comunicata, inginocchiavasi sulla nuda terra, e storcendo le mani, e colle lacrime agli occhi, diceva: — Caro Signore! pei meriti della vostra passione, vi prego, vi scongiuro, fate morire la Bia.

Ma la Bia, non s'insognava di morire. Anzi una volta, avendo ricevuto dall'Agnese non so che torto, la Bia che doveva avere mal desinato, ripicchiò; e qui botta e risposta, se ne dissero fino ai denti, e la donna si lasciò scappare di bocca che la dovesse badare a quel che diceva, perchè in fine de' fini stava da lei il mandarla col muso alla ferrata.

Non l'avesse mai detto! L'Agnese se prima andava a spasso col cervello, allora, vi diede volta affatto. Quella notte la passò come sulle ortiche. Quando, spossata dal piangere si addormentò, che sogni! che paure! Cani rabbiosi che le saltavano adosso, un toro che la inseguiva perchè era tutta rossa di sangue: le pareva di scappare in camera, serrarsi dentro; ma ecco le finestre sbatacchiare benchè chiuse, e pel buco della toppa entrare un fantasma e succiarle il sangue di sotto le ugne dei piedi: essa lo affissava, e quello andava tutto a fuoco e fiamme, sporgeva gli occhi dalla livida faccia, come gli aveva veduti a Sandro in quella sera funesta e le diceva: — Son dannato in grazia tua. Essa faceva per gridare e non poteva, perchè sentivasi strozzare: toccavasi al collo, era il capestro che le aveva messo il boja. Stralunava gli occhi intorno: ecco lì tutta la gente del suo paese, tutte le sue camerate a vederla impiccare; ed una fra queste sporgersi su, e beffarda ghignarle in faccia: — era la Bia.

Balzò dal letto atterrita, trambasciata: tutto quel giorno una orribile convulsione l'agitò; acciocchita dava al capo per tutti i muri: le pareva di avere il fuoco nella testa, e s'appoggiava agli stipiti dei camino, ai ferri, per sentire un momento di refrigerio: si buttava su quella cassapanca, e non piangeva più. Usci col secchio per andare attingere, poi quando fu fuori, non si ricordò più: e va e va... Avete sentito, ragazze, di certi che vanno in volta bell'e dormendo. Tal quale l'Agnese. E va e va, trovasi dinanzi al cimitero: è aperto il cancello; s'avanza. — Ove diamine andate? lo grida una vociaccia. Era il sepoltore che stava scavando una fossa. A quel suono risentitasi, ella diede uno strillo, guardò intorno, si rinvenne; e coi capelli irti come un pettine di lino, fuggì a rotta di collo, come se alcuno le corresse dietro.

Quel giorno non mangiò, non parlò, non pregò. Sulla sera crebbe la tempesta. Tra il fosco e il chiaro, seduta coccolone, colle tempie fra le mani e le mani sui ginocchi, stette un pezzo a ruminare: poi come risoluta, balzò su a scatto di molla, ed esclamò; — Conviene che ella muoja! abbrancò un coltellaccio, salì dalla vicina, e cogliendola sola e sprovvista, glielo cacciò nella gola.

— O Madonna santa! esclamano prese di ribrezzo le villane ascoltatrici, mentre comar Giuditta raccoglieva il fiato: e stringendosi l'una più presso dell'altra, le domandano ansiose: — E sicchè, e sicchè?

— Sicchè (continua la vecchia) tardi tardi, secondo il solito, e secondo il solito ubbriaco, torna casa il marito della Bia, e trova questo spettacolo. Si pone a gridare, a chiamare accorr'uomo; traggono i casigliani, trae il vicinato, vedono, oh vedono la donna che dava i tratti in un lago di sangue.

Chi può mai essere stato? Non i ladri, perchè non manca un bruscolo: nessuno ella aveva per nemico; non può apporsene che a suo marito. Egli solo andò in casa: era avvinazzato: l'avrà intesa arrangolare perchè entrò tardi, e le avrà dato. Il bargello, fondandosi sulla voce del popolo che è voce di Dio, mette senz'altro le mani su lui; presto presto, per dare un terribile esempio, si fa il processo sul luogo: lo interrogano, egli nega, lo mettono alla tortura.

Voi non sapete, ragazze, cos'è la tortura, eh? perchè adesso non la si usa più. Ma al tempo mio, quando uno era sospettato d'un delitto, fosse come capo di ladri, o come strega, o bestemmiatore, o un di quelli che untavano per far venire la peste, lo pigliavano: il signor giudice gli domandava, — Sei stato tu? Se l'altro schiodava, dio con bene: se no, il signor giudice ordinava: — Mettetelo alla corda.

Voi tutte avete visto il macello, quando il beccajo, dopo scannato il bue, lo tira su, legato per le gambe ad un verricello. Su quel fare immaginate la tortura. Il reo, ossia l'accusato ch'è tutt'uno, veniva legato colle mani dietro, così; con una corda incarrucolata l'alzavano, e a volta a volta davano delle buone strappate, come si fa col martino quando si conficcano i pali nell'argine; e lo facevano saltare dieci, venti volte, quante al signor giudice piacesse. Di ragione, se colui non voleva che le braccia restassero attaccate alla fune, conveniva che confessasse; e così si scoprivano i malfattori, poi s'impiccavano, si squartavano, s'inrotavano. Di questi esempii non passava, sto per dire, settimana, che non se ne udissero; e perciò delitti non ne succedevano. Ora tali usanze sono dismesse, e il far il ladro è divenuto una bazza.