Ma, eccetto il vecchio, tutti faceano gavazza nella sala dell'albergo, con un patassio, con un abbandono tale; ciascuno descriveva la pugna, la vittoria, la fuga con tante particolarità che avresti detto, e' l'han vista proprio cogli occhi loro. Ond'io, senza cercare se fosse verità o buccia di porro, mi adagiai nel parere de' più, e andai a dormire con tanto di cuore.
CAPO V.
Terribili presentimenti.
Il giorno appresso scontrai di molti corrieri, che pareano venire da Magdeburgo o dall'esercito, difilandosi a Berlino a spron battuto. Il diplomatico silenzio di questi messaggieri non mi pronosticava niente di consolante, perchè la consolazione è naturalmente espansiva.
In non mi ricordo qual villaggio fra Ziesar e Burg un subisso di gente stava raccolto; e quando io m'avvicinai, non s'insognavano di farsi da banda. Allora solo distinsi, innanzi ad un gran casamento, de' cavalli sellati, e alle finestre della casa molti ussari prussiani.
— Ohe, cosa c'è di nuovo?» chiesi a quelli che m'erano intorno, fermando il calessino.
— Ah, cara lei! ah, Signor benedetto!» esclamò una vecchia paesana. — Come, non sa? se non si discorre d'altro. Il re ha perduto tutto: e non son ancora boccie ferme: i Francesi arrivano a gambe: fra un'ora forse saranno qui.»
Naturalmente io non le aggiustava piena fede; pure volli informarmi meglio, e fattomi verso il casamento, saltai di calesso, e v'entrai. Le camere formicolavano di gente; ussari, paesani, impiegati alla rinfusa, pipando, bevendo, narrando, ciaramellando: ma tutti col viso lungo, buzzo buzzo. Ora parlavasi della disfatta de' Prussiani e dell'avvicinare de' Francesi; ora d'un Maggiore che in grazia d'una ferita non potea continuare la strada a cavallo, ed avea bisogno d'una vettura: ne volevano una, e s'erano spediti messaggieri da tutte le bande a cercarne.
Non sapendo quanto n'avessi in tasca dalla paura, più di là che di qua, io mi sedetti ad un cantuccio della tavola, e feci portar una fiaschetta di birra per aver comodo di sentire più giusto l'occorso, e a norma di quello regolarmi.
Un dieci minuti dopo, gli ussari sgombrarono e salirono a cavallo: ed io mi feci alla finestra a vederli partire. E li vidi in fatto sfumare, ma che? nel bel mezzo di loro vidi andarsene il calessino mio, cioè prestato a me dall'amico di Berlino. Ebbi un bel gridare dalla finestra — Ohe! Alto là! Fermatevi! cotesta carrozza è mia di me;» fra un minuto ogni cosa era ita in dileguo. A furia di spintoni m'apersi un varco tra il pigio della folla, e uscii di là entro: ma il posto era vuoto; il mio biroccino andato a Dio lo rivedi.
— Non la si sperpetui: la stia pure di buon animo,» mi disse uno smingherlino; che davasi tutta l'importanza di un impiegato. — Il signor Maggiore non ci andrà gran pezzo che rimanderà il calesso. E' non lo prese che per condursi fino alla città più vicina. Quel povero signore sdolorava delle sue ferite, e ha pigliato il miglior partito per calmarle.