Tutto ciò vi racconta colla persuasione onde oggi si parla delle tavole semoventi e degli spiriti picchianti; ma poi a volta a volta esce a ridere della chiromanzia, della stregoneria, dell'alchimia, della magia, dell'astrologia. Ne ride, eppure le esercita, per compassione di chi n'ha bisogno; i fantasmi reputa illusioni di fantasia scompigliata, eppure è pieno di storie di morti e di spiriti; crede che gli incubi generino bambini, e depongano il vero le streghe nei processi. Insomma, veggente come i moderni, talvolta delira come gli antichi della peggiore età; talvolta si eleva come il genio, tal altra è disotto del senso comune; vacilla tra opinioni rette e malvagie, e come disse un suo nemico acerrimo, lo Scaligero, in molti punti è superiore ad ogni umana intelligenza, in altri inferiore a un bambolo. E il Leibniz asserì che fu uomo grande malgrado i suoi difetti; senza questi sarebbe stato grandissimo.

E per quanto noi vorremmo celebrar questo insigne milanese, troviamo di doverlo collocare con quei tropp'altri italiani, di bello, anzi di splendido ingegno, che il nostro patriotismo ci fa proclamare superiori, o almeno anteriori a que' forestieri i quali innovarono la filosofia; ma i nostri realmente ben poco effetto esercitarono sopra gl'incrementi della scienza; per ottener i quali non bastano lampi comunque splendidi, ma vuolsi luce tranquilla e seguita: non basta avventurare alcune teoriche, ma bisogna averle vedute nascere regolarmente, regolarmente svolgersi, applicarsi; non basta dire alcune verità prima d'ogni altro, ma bisogna averle scevrate dalle falsità, da altre asserzioni che attestano non essersi avuta chiara percezione neppur delle vere, e che ne elidono l'impressione; infine bisogna averle esposte non solo con esattezza, ma con limpida proprietà, col linguaggio approvato dai dotti e inteso anche dai vulgari, con quell'arte che penetra gli intelletti e determina le volontà.

DUE ALCHIMISTI ITALIANI

L'oro! non è esso il gran movente della società, il fattore più universale dell'incivilimento, il rappresentante di tutti i godimenti, la fonte del maggior di tutti, qual è l'indipendenza? Che stupirsi dunque se è cercato con mezzi sapienti, con laboriosi, con scellerati, con assurdi? Il titolo di questo racconto vi rimembra come, nel mentre l'arte si assottigliava per guadagnarne, la scienza presumesse crearne; cioè, mediante l'arte ermetica, scoprir un ingrediente che, imitando l'operazione della natura, i metalli ignobili tramutasse ne' due più preziosi. Come spesso fanno i fantastici, gli diedero un nome prima di possederlo; e la pietra filosofale o la polvere di projezione fu diuturno studio de' naturalisti, o speciale lucubrazione d'una specie di frammassoni, estesi da per tutto col nome di alchimisti. Io ebbi occasione di parlarne altrove forse non senza qualche diletto di quei pochi che ancora hanno il coraggio di leggere un libro che sia italiano e non sia romanzo[36]. Qui voglio soltanto soggiungere che, se v'ebbe de' bricconi tra gli alchimisti, i quali scroccavano l'oro colla promessa di fare oro, altri ve n'avea di buona fede, di longanime studio, d'ingenua abnegazione.

Bernardo, nato da una famiglia di conti a Treviso il 1400, e conosciuto ne' fasti della grand'arte col nome di Bernardo Trevisano, fu dei più leali ed ostinati cultori dell'alchimia. Geber e Rases, oracoli dei medici arabi, gli aveane istillato questa passione, e poichè la falsa scienza non meno che la vera pretendeva appoggiarsi sulle esperienze, tremila scudi egli consumò nel ripetere quelle che da essi maestri erano accennate. Poi si volse alle dottrine di Archelao e di Rupescissa, e «in quindici anni di prove (dic'egli) tanto in ciurmadori, quanto per me onde conoscerli, spesi da seimila scudi.»

Cominciava a venirgli meno il coraggio e la speranza di trovar la pietra filosofale quando un suo compatriota insegnogli a farla col sal marino; ma in un anno e mezzo rinnovata quindici volte la prova e sempre fallitagli, scelse un altro metodo, qual era di sciogliere separatamente in acquaforte del mercurio e dell'argento; lasciatili così un anno mescolò le soluzioni e le concentrò sopra cenere calda in modo da ridurle a due terzi; questo residuo espose al sole in una storta, poi lasciollo cristallizzare durante cinque anni; alla fin dei quali trovò... null'altro che quel che vi avea messo.

E Bernardo era giunto ai 46 anni, sempre tentonando, eppure non si disingannò; anzi avventurossi per un'altra via, insegnatagli da maestro Goffredo, frate cistercense. Eccovela. Comprarono duemila uova di gallina, le fecero sodare, e levatone il guscio, lo calcinarono al fuoco; separarono i tuorli dall'albume, e li fecero fermentare a parte entro fimo di cavallo, poi li distillarono trenta volte, finchè ne ottennero un liquido bianco, e un liquido rosso. Più volte si rifecero da capo, variarono le combinazioni; e il sapere che non ne trassero alcun frutto non vi farà tanta meraviglia, quanto vi piacerebbe il sapere da quali argomentazioni fossero condotti a ripromettersi effetti, così divergenti dalle cause. Sfortunatamente però non dovreste andar troppo lontano per imbattervi in ragionamenti simili, per esempio in fatto di politica, ove dai lati più arbitrarj si arguiscono le conseguenze più inattendibili. Il tempo invece tira le legittime; ma sperereste per questo che il criterio prevalga alla passione?

Nè prevalse in Bernardo Trevisano, il quale, dopo otto anni, conobbe illusoria anche quella strada, ma non rinnegò la meta: e si pose a nuovi lavori insieme con un teologo illustre, il quale pretendeva cavar la pietra filosofale dalla coparosa. Calcinavasi questa per tre mesi, poi infondeasi in aceto, distillato otto volte: passavasi al lambicco quindici volte il giorno per un anno. — Ah! se l'uomo mettesse a buoni intenti la perseveranza che adopera ad assurdi!

La fatica, l'ansietà era ad aspettarsi che guastassero la salute del nostro alchimista, e per quattordici mesi gli si ostinò addosso una febbre, che minacciava torgli la pazzia colla vita.