A tre secoli di distanza, le storie ci offrono, ossia avrebbero dovuto offrirci un altro alchimista, ma della peggiore schiuma. Come non siamo certi del vero nome di Cagliostro, così neppure del costui; se non che ne' suoi giorni trionfali lo vediamo intitolarsi don Domenico Manuele Gaetano conte di Ruggero, napoletano, maresciallo di campo del duca di Baviera, generale, consigliere, colonnello d'un reggimento a piedi, comandante di Monaco, maggior generale del re di Prussia. Era nato, almen pare, a Pietrabianca presso Napoli; imparò di orefice, e nel 1695 fu iniziato all'alchimia tramutatoria, probabilmente da un Lascaris, venuto dalle isole greche, e rinomato in tutta Europa. Da costui egli ebbe la tintura bianca e la tintura gialla, per formar l'argento e l'oro; e che doveva essere un amalgama, il quale, messo al fuoco, e svaporandone il mercurio, lasciava in fondo al crogiuolo il metallo fino. Tutta la speranza di buon esito consisteva nel non adoperare il bilancino.
Questa polvere era ben poca; e don Domenico vi suppliva colla destrezza; andò pel mondo annunziando di poter trasmutare metalli in gran quantità, facendone prova su piccolissima, e ottenendone fama: — la merce più capricciosa del mondo. Perlustrata Italia, per quattro mesi fece eccellenti affari a Madrid; ove l'ambasciadore di Baviera lo persuase a recarsi dall'elettore signor suo, il quale allora dimorava a Bruxelles come governatore. Vi andò, eccitò la meraviglia, e ottenne la confidenza dell'elettore Massimiliano, il quale preso dalle splendidissime promesse ch'esso gli faceva, gli concedette onorificenze, cariche, titoli e sovvenzioni per seimila fiorini. Ma l'adempimento delle promesse non sapea venir mai; onde scopertolo ciarlatano, il fe' buttar prigione. Due anni vi penò, poi riuscito a fuggire, non corse volgarmente a nascondersi, o andò fiaccamente a piagnucolare; anzi comparve trionfante a Vienna nel 1702; e qualche projezione gli riuscì così destramente, che tutta la Corte ne rimase stupefatta; e l'imperatore se lo prese a servigio. La morte di questo interruppe la sua splendida carriera; ma è un'arte de' ciarlatani il cader sempre in piedi. Di fatto fu tolto a stipendio dall'elettor Palatino, al quale ed alla imperatrice egli promise dare in sei settimane 71 milioni o la sua testa. Prima del termine egli fuggì; ed eccolo a Berlino, acquistandosi favore col dirsi perseguitato dall'Austria: e re Federico I, sentito il consiglio di Stato, non trovò da opporsegli, ed accettò le magnanime sue proposizioni. Con grande apparato e numerosi testimonj egli eseguì alcune tramutazioni, constatate a tutto rigore di prove; e promise fabbricare polvere di projezione quanta basterebbe per fare sei milioni di talleri.
Convien dire fosse un abilissimo prestigiatore, se vediamo quanti ne rimasero illusi, e quante volte rifece il proprio credito e di quanti onori venne colmato; pure tante volte va la gatta al lardo, che alla fine vi lascia la zampa. La promessa da lui fatta al re non vedeasi mai ridotta, nè tampoco avvicinata all'effetto: e il re andava, se non spilorcio, però prudente nel regalarlo, talchè gli mancava l'oro necessario per far oro, quella natura che contiene la natura, come sentimmo dire dal conte Trevisano. Re Federico, informato delle precedenti birberie del Napoletano, lo fece chiudere nella fortezza di Custrino, coll'alternativa che adempisse le promesse se no la forca. La prima condizione gli era impossibile, e perciò fu processato e come reo di lesa maestà condannato al patibolo. La consuetudine germanica portava che i falsificatori (e sotto questo titolo comprendevansi anche gli alchimisti) con inumano scherzo si sospendessero vestiti d'orpello ad una forca indorata: ed in questo arnese perì a Berlino il 29 agosto 1709.
Il re ebbe vergogna d'essersene lasciato ingannare o rimorso d'averlo punito sproporzionatamente, onde non sofferse più mai che quel nome fosse proferito in sua presenza. Costui fu l'ultimo tramutatore che la storia menzioni; i ciurmadori si volsero ad altre maniere d'inganni, che meriteranno storia anch'essi quando ne sia passata la stagione.
1856.
ROSTOPCIN
Teodoro, figlio di Basilio conte di Rostopcin nacque nella provincia russa di Orel il 12 (23) marzo 1765, da famiglia che pretendea discendere da Gengiskan. Tartaro anche nella peggior significazione della parola, capace di qualunque estrema risoluzione, ambizioso, passionato, sarcastico, fanatico di assolutismo, abborrente da ogni novità, furioso nella collera; insieme amava le lettere, scriveva articoli e opuscoli, benevolo quando non c'entrasse la passione, agressivo spesso e infervorato per l'attacco. Fu per un momento il favorito dell'imperatore Paolo I, e suo ministro degli affari esteri, e lo rattenne da molte pazzie, sicchè talora sentì dirsi: «Voi siete terribile, ma avete ragione.» Un giorno Paolo, trovandosi in un circolo di principi, si volse di botto a Rostopcin chiedendogli: — Perchè voi non siete principe?»
Ed egli: — Perchè mio padre venne di Tartaria in Russia nel fitto dell'inverno.»