— Oh che ci ha a che fare la stagione col titolo?»

— Quando un signore tartaro compariva la prima volta alla Corte, il czar gli lasciava la scelta fra una pelliccia e il titolo di principe. Mio avo, giunto nello stridor della vernata, ebbe il senno di preferire una pelliccia.»

Paolo ne rise di cuore, e ai circostanti: — Signori principi, congratulatevi che i vostri avi non siano arrivati di gennajo.»

L'imperatore Alessandro, del quale non carezzava le velleità liberali, avealo poco gradito, ma negli estremi bisogni il pose governatore di Mosca.

Entusiasta per la patria, fremette al vederla invasa dai Francesi di Napoleone nel 1813; fè di tutto per concitare gli spiriti al maggior sacrifizio; organizzò 122,000 volontarj in corpi armati a spese della nobiltà; mantenne la tranquillità esaltando il coraggio, e quando, dopo la battaglia di Borodino, fu stabilito d'abbandonare Mosca senza difenderla, egli fece partirne i cittadini, sicchè vi restasse solo plebaglia, e troncò all'esercito invasore ogni possibilità di comunicare coll'interno dell'impero. Fu allora che scoppiò l'incendio famoso di Mosca, che ancora non è ben certo se fosse opera causale degli invasori, od ordinata dal Governo, o meditata dall'irritazione popolare. Ne fu attribuita generalmente la colpa o il merito a Rostopcin: ma di certo si sa soltanto che, partendone, egli distrusse un ricco villaggio di sua appartenenza, non lasciandovi che la chiesa con un'epigrafe ad esecrazione de' Francesi.

Dopo quel disastro, Alessandro lo ricevette con freddezza, direbbesi anzi con ribrezzo: Rostopcin non invocò premj quando, nel 1815, poteva aspettarsene; in un libro La verità sull'incendio di Mosca (Parigi 1823), sostenne era stata bruciata dagli invasori, e ne addusse in prova l'inutile distruzione di parte del Kremlin; dappoi si confuse fra i tanti attori del gran dramma europeo, tornò in Russia alla morte d'Alessandro, e morì a Mosca il 18 (29) gennajo 1826. Del resto viveva a Parigi, applicandosi a ricerche bibliografiche e ai piaceri; faceasi ammirare per motti politici, ma evitava di parlare di sè. — Dovreste scrivere le vostre memorie,» gli disse una signora, curiosa di conoscere il vero. Ed egli al domani gliele portò in un semplice foglio. E sono queste, che riferirò per l'espressione di un cinismo inesorabile e d'un frizzo volteriano.

Così, quel ch'era stato salutato salvatore del suo paese, anzi dell'Europa, finiva oscuro e indispettito, vendicandosi dei disinganni, e se avea cominciato colla tragedia, finiva col sarcasmo.

ME AL NATURALE
OVVEROSSIA
MIE MEMORIE SCRITTE IN DIECI MINUTI

CAPITOLO I.
Mia nascita.