Molte risse contumaci nel Milanese, in Valtellina, pel Comasco aggiustò pure frà Venturino da Bergamo, che giunse ad indurre oltre diecimila Lombardi a pellegrinare fino a Roma per la perdonanza. Vestiti in cotta bianca e mantello cilestro e perso, e sovra al mantelletto una Colomba bianca con tre foglie d'uliva nel becco, a schiere di venticinque o trenta, colla croce innanzi, procedevano di città in città gridando pace e misericordia, e venuti nelle chiese, nudavansi dalla cintola in su, e si flagellavano. Giovanni Villani li vide arrivare a Firenze, e mangiare fin cinquecento alla volta in piazza di Santa Marta Novella, provvisti per carità. Sull'uscire di quel secolo operò a quest'intento la compagnia dei Bianchi a Firenze, a Pistoja, a Genova, altrove.

Nelle Provincie lombarde profittò assai quel Bernardino da Siena che veneriamo sugli altari. Meglio ancora frà Silvestro da Siena minor osservante, cui i magistrati di Milano avevano chiamato perchè attutisse i dissidj fra cittadini, al che, Dio ajutante, riuscì. Più clamoroso fu il componimento, a cui egli indusse i Comaschi. All'invito de' loro capi, condottosi sulle rive di quel lago, tolse a predicare con molto fervore e gran frutto, incominciando la riforma delle leggi, come ognora si dovrebbe, dalla riforma dei costumi. Indi piovendo sugli animi preparati la parola del Vangelo cioè della carità, fece abolire i maledetti nomi Guelfi e Ghibellini, sotto i quali gl'italiani si straziarono lungo tempo, favorendo chi la Chiesa, chi gl'imperatori, dimenticando intanto la patria e la libertà. Poi ad un giorno deliberato (fu il 13 dicembre 1439) impose che tutti, dalla città e dai contorni, convenissero sullo spazzo che si dilata dinanzi alla porta Torre. Ivi con parole piene di spirito e di carità infervorò gli animi così, che fra tutta la folla accorsa era un piangere, un singhiozzare, un picchiar di petti e deporre i rancori in fratellevoli abbracciamenti. I nomi di tutti furono iscritti sul libro della Santa Unione, e intimato l'anatema del cielo ed il castigo degli uomini a chi violasse le pacifiche promesse.

Non vi sarà meraviglia che uomini così fatti, strascinando a loro arbitrio le popolari volontà, facessero e disfacessero a loro talento, riordinassero le leggi e gli statuti: essi in più luoghi riscossori delle gabelle; essi talvolta podestà e gonfalonieri. Nè pur sempre a mettere pace ponevano l'ingegno: ma qualora il meglio paresse, ricordavansi che Cristo ha portata in terra la spada.

A chi è ignoto frà Giacomo de' Bussolari di Pavia? Uscito, al superiore comando, fuor del romitaggio che s'era eletto per servire a Dio, e condottosi in patria a predicare la pace, cominciò ad inveire contro i vizj onde erano lordi i suoi compatriotti, e più i più ricchi: nè perdonandola a stato o grado o fortuna, rinfacciava la viltà alla plebe, la tirannide ai potenti. Accadde in quei giorni che i Visconti, tiranni di Milano, volessero sommettere al loro comando Pavia, togliendola al dominio dei signori Beccaria. Il popolo, per un fiacco sentimento che sovente si onesta col nome di amor dell'ordine, scoraggiato porgeva il collo al giogo, allorquando il frate, coll'impeto di sua eloquenza, lo scosse, e ne ravvivò l'amor di patria sopito. Facendosi egli medesimo a capo dei cittadini, li condusse a rompere gli avversarj che invano forti nel numero cessero al valore inspirato nei Pavesi. Nè ristette: ma deliberato di tornare in cuore de' suoi l'antica virtù, eccitava in questi l'abborrimento ai tiranni, cioè all'ingiustizia; fece cacciare anche i Beccaria, armò il popolo, indusse i cittadini a frenare il lusso, e col superfluo risanguare il pubblico erario. Le donne, prime sempre negli esempj di disinteresse e sacrifizio, recarono gli abiti loro di maggior valuta e i giojelli, restando contente a poco più che un mantello nero ed uno zendado. Gli uomini esultanti avventaronsi fra pericoli, a cui era proposto per guiderdone il cielo e la libertà della patria.

Ma anche allora la forza materiale prevalse, e il frate, scorgendo il precipizio delle fortune, entrò mediatore di pace. Nella quale, onorate condizioni ottenne per la sua Pavia; nulla a proprio vantaggio pattuì, neppure la vita. I Visconti giurarono i patti, e, costume dei violenti, appena ottenuto il fine, li violarono; il frate, mandato a Vercelli, fu sepolto nel vade in pace di un convento, ove terminò la vita.

Il più splendido esempio di paci operate da frati fu quello di Giovanni da Schio vicentino, de' Predicatori. A' suoi giorni la Marca Trevisana e tutta Lombardia sossopravano fra le risse di tirannetti, parteggianti chi a favore, chi contro dell'imperatore. Perchè s'accordassero, e così non fosse lusingato d'aiuti Federico II, che allora meditava ridurre tutta Italia in soggezione de' Tedeschi, Gregorio papa inviò frà Giovanni ad apostolare la pace. Fattosi egli prima a Bologna, non è a dire che frutti coglie: dovunque arriva, eccogli incontro tutto il popolo coi gonfaloni e le croci, con bandiere ed incensi; ogni parola sua è accolta come di più che uomo: felice chi tocca il lembo di sua tonaca! chi ne ottiene un filo! I Bolognesi per pubblico decreto lo seguitarono, e qualora egli si restasse, piantavangli attorno uno steccato, acciocchè la folla incomposta, accalcandosegli soverchiamente addosso, non gli nocesse. Corse con questa maniera di trionfo Belluno, Feltre, Conegliano, Treviso: i Padovani gli uscirono incontro fino a Monselice col carroccio, e fattolo su quello salire, il condussero in città fra una esultanza di devozione. Ivi nel Prato della Valle stivavasi il popolo ad ascoltarlo, e così egli componeva dissidj, riformava statuti, ridonava la libertà a prigionieri; la patria a fuorusciti.

Poichè ebbe in tal guisa pellegrinata tutta la Marca Trevisana, ordinò che un tal giorno, tutti convenissero a giurare, innanzi a Dio e a lui, concordia ed amistà. Per quest'ordine, il 28 agosto del 1233, presso tre miglia di Verona, in un'estesa pianura che chiamano la Paquara, s'accolse un'infinità di persone di Lombardia e della Marca. Qui Verona Mantova, Brescia, Vicenza, Padova erano venute co' loro carrocci, il che vuol dire col popolo tutto: Feltrini, Bellunesi, Trevisani, Ferraresi, Veneziani, Bolognesi cogli stendardi; e tutti, quant'era lungo il cammino, cantando le lodi del Signore. Convenuti erano pure quindici vescovi delle città là intorno, e tutti i baroni delle vicinanze; qui i conti di Sanbonifazio; qui i signori di Camino; qui i Camposanpiero; qui il tremendo Salinguerra; qui più tremendi ancora, que' gran nemici dell'uman genere, Ezzelino ed Alberico da Romano erano venuti per udire dal frate le esortazioni di pace, di carità. Così ne' favolosi tempi alla canora voce dei poeti o degli incantatori traevano leoni ed orsi, fatti mansueti.

Ai cronisti non bastano immagini per descrivere tanto concorso di gente; chi li somma a quattrocento migliaja: chi dice che da Cristo in poi non erasi veduta radunanza sì numerosa: chi la rassomiglia a quella futura nel gran giorno in val di Giosafatte. Ed erano persone, che unico diritto conoscevano la spada: nemici un dell'altro giurati; avvezzi a non incontrarsi che coll'ingiuria sul labbro, col pugno sugli stocchi: oltraggiati ed offensori, soverchiatori e soverchiati, emuli di nimicizie ereditarie, d'odj inespiati, inespiabili: sospendevano al fianco le daghe, su cui era impresso ancora un sangue, ond'era stata giurata la vendetta. — Ed ora venivano insieme; venivano alla voce di un povero frate; venivano a giurarsi perdono ed amicizia!

Il qual frate, salito sopra altissimo pulpito, esordendo da quelle parole del Vangelo La pace mia vi do, la pace mia vi lascio, pronunziò un'esortazione alla moltitudine perchè ritornasse alla concordia del Signore. La voce sua, ne assicurano i cronisti, sonava quel giorno più che mortale: sicchè era intesa perfettamente da un popolo immenso, mugghiante a guisa di fiotti marini. Ma non è mestieri ricorrere a miracoli; giacchè, in que' solenni casi, se l'orecchio non ode, l'animo intende: intende al modo onde i soldati capiscono le arringhe dei loro capitani. Nè gli stupendi prodigi di commozione, che i simili mai non ottennero Demostene e Cicerone, e che sappiamo aver seguìto alle parole di Pietro eremita, di Bernardo di Chiaravalle, dei due santi d'Assisi e di Padova, non erano già effetto di ben accordate parole o d'invincibili ragionamenti. Rustici parlatori, in un latino tralignato od in un vulgare ancora inesperto, con argomento e distinzioni sofistiche, ne porgono la miglior riprova come l'eloquenza non consista tanto in chi parla, quanto in chi ascolta. L'opinione della bontà, intesa da tutti anche quando le idee di giustizia e di dovere sono stravolte, d'una bontà semplice a segno da sottrarsi all'invidia, amata perchè propizia e tutrice, venerata perchè impressa del marchio della religione, disponeva gli ascoltatori in favore del predicante.

Coll'entusiasmo proprio dei secoli robusti, traevano essi per essere commossi: non udivano, ma vedevano: ed ogni gesto dell'oratore, interpretato da ciascuno a suo modo, ed esposto al libero volo dell'immaginazione, veniva a dire assai più che non avrebbero potuto le parole. E come il pio contadino, qualora devoto recita orazioni in lingua ignota, pure sa che sono preghiere, e crede in quel linguaggio ed in quell'unica formola, esprimere qualunque bisogno al suo padre che è ne' cieli, così sapendo che il frate predicava la pace, ciascuno vi faceva i commenti che al suo caso meglio convenivano, credea sentirsi chiamare col proprio nome, rinfacciare il proprio delitto. Che dirò poi di quando il frate rompeva in lagrime e singhiozzi, e si prostrava a terra, e scintosi il cordone dalla cintura, cominciava battersi in penitenza? Allora più nulla non limitava quell'elettrica possa che da uno in uno si propaga nelle moltitudini, e fa divenire di tutti quel che era impeto, curiosità, convincimento d'un solo.