Saint-Pierre li lodò, e raccontava poi spesso quell'aneddoto, e passò quasi in proverbio fra' suoi amici, qualora si disputasse d'una guerra o d'una lite di cui poco bene si prevedeva: — Vorrà essere l'istoria di Maìco l'indiano, che perdette le due orecchie nell'acquistar un orecchino.»
Saint-Pierre non iscrisse questi due soli libri, ma altri molti, esposti però alla carlona, fin con parole non di Crusca, fin con neologismi; senza sfoggio di frasi simpatiche, senza il pepe delle allusioni sarcastiche nè la manna del tenerume umanitario. Ma le sue idee erano sempre suggerite dalla bontà; cercava continuo il miglioramento delle istituzioni sociali per render meno infelici gli uomini: a tal fine correva di paese in paese, di conversazione in conversazione, ad osservare, a discutere, a convincere.
Utopie, dicevate da principio. Eppure gran parte delle proposizioni ch'e' faceva pel pubblico bene sono attuate a quest'ora. La sua proposta di ricoveri pei mendichi fu applicata agli ospedali e agli accattoni. Quella sui ponti e le strade fe' raddoppiare subito la spesa assegnata ad un servizio così importante. Trovava assurda la venalità delle cariche, e proponeva i concorsi in proporzione del merito verso la nazione. Onde prevenire le rivoluzioni violente suggeriva d'insegnare a tutti la politica, e di ispirare zelo pel progresso e cura dei miglioramenti. Voleva estese anche alla campagna le scuole primarie, con maestri stipendiati: e che un membro dell'Istituto vigilasse alla pubblicazione de' libri utili ai campagnuoli, con cognizioni di igiene, di veterinaria, di meteorologia. Suggeriva pure collegi femminili. Predicava che ogni uomo di buona volontà ha diritto a trovare lavoro e ad apprendere un mestiere, lasciando soli gl'invalidi ne' ricoveri e nelle case d'industria. Tante altre cose che disse e scrisse sulla carità, sui soccorsi pubblici, sull'amministrazione degli ospedali, sul credito agricolo, sui porti, sulla canalizzazione, sulle banche, meritano d'essere lette anche oggi, dopo che in gran parte furono adottate. Esortava la Francia a provvedersi di buona marina, e sbrattare il Mediterraneo dai corsari; e noi lo vedemmo. Esortava a sostituire alla taglia arbitraria e al testatico, l'imposta sul censimento, e lo vide egli stesso.
Ma il nostro utopista non era di quelli che vogliono portare la scure alla radice, riformare di colpo, senza riflettere che ogni innovazione ferisce interessi, rispettabili almeno come possesso antico, pubblico, tranquillo, legati ad un'infinità di altri che essi proteggono e alimentano. La distruzione è un male positivo al principio: bisogna dunque avere la certezza che essa gioverà poi, e tener in pronto qualcosa di meglio a surrogarvi. Ma abbattere una casa dove o bene o male si ricoverava dalle intemperie, e incoraggiar gli abitanti a ripararsi sotto frondi o trabacche finchè si pensi dove, come, con che fabbricar la casa nuova, non era un sistema che andasse a garbo a Saint-Pierre, conscio che la violenza non fonda nulla, perchè di natura sua perde ogni tratto le forze; mentre il tempo favorisce la giustizia e la ragione. — La riforma delle leggi e de' tribunali (diceva egli) non si farà d'un tratto; ci vorrà sessant'anni. L'opera cominciata si compirà col tempo, senza incomodar nessuno. Conviene introdurre i miglioramenti a grado a grado.»
Poteano dunque chiamarlo codino, parrucca, conservatore, e, se vi ha, altro titolo peggiore. Eppure divenne membro dell'Istituto; giacchè, se i sedili accademici sono spesso usurpati dalla briga, non vuol dire che soli briganti gli ottengano. Ma che è che non è, dopo che da 23 anni v'andava a dissertare sui nomi e sui verbi e sui solecismi, ed essendo già sessagenario, eccolo cacciato fuori dal dotto corpo.
E perchè quest'affronto?
Era morto da poco Luigi XIV, che i contemporanei chiamarono Grande perchè colla guerra sacrificò migliaja di persone, devastò i paesi nemici, e dissanguò il proprio. Questi meriti non pareano poi così lodevoli all'abate di Saint-Pierre, e non voleva attribuirgli cotesto epiteto di grande, e lodò il Reggente d'aver istituito i consigli di governo, specie di costituzione che non lasciava più esposte le sorti del paese al capriccio d'un solo. Tanto bastò perchè Saint-Pierre fosse congedato. Ed egli se ne andò, non solo senza lamentarsi, ma senza gloriarsi della sua persecuzione; e se talvolta ne parlava, egli era per dire che Luigi XIV amò troppo la guerra, e che è un assurdo dei più micidiali quello che tutto dì si ripete con una beata dabbenaggine, Se vuoi la pace, prepara la guerra. I suoi colleghi ebbero vergogna di nominargli un successore, e per 25 anni rimase vacante il suo scanno.
Perocchè egli campò fino agli anni 85: e scusate se tardai fin qua a dirvi ch'era nato a Roano nel 1658 da nobile gente, ed avea nome Carlo Ireneo Castel: visse inoffensivo e con quella bontà che niuna dote pareggia o compensa; ed occupandosi del bene altrui, si conciliò la benevolenza di molti, senza però sfuggire la malevolenza di altri. Solo otto anni dopo morto fu permesso di recitargli l'orazione funebre, nella quale D'Alembert disse che la vita di lui poteva epilogarsi in due parole, donare e perdonare.
Da tutto ciò voi capite che il Saint-Pierre non era un grand'uomo, ma qualcosa di meglio, un galantuomo; anzi scrisse una Memoria sulla differenza tra un grand'uomo e un uomo illustre. L'amar la patria e i suoi simili, cercare di beneficarli, non ripromettersi compensi e sopportarne l'ingratitudine, il lavorare silenziosamente, non acquisteranno mai la stima che di un piccolo circolo; son altri i meriti a cui la società concede i suoi incensi e le sue apoteosi. Che importa? noi cerchiamo, non di essere illustri, ma buoni; non grand'uomini, ma galantuomini, e schiveremo le liti coi privati e le capiglie coi governanti; e conserveremo le orecchie: se anche non potremo attaccarvi gli orecchini.
FINE.