Di fatto io era un osso fuori di posto. Quanto meglio avrei fatto a fuggire a Berlino sull'ali dell'amore! O che i marescialli di Francia volevano prendersi la briga d'un povero maestruccolo? e poi, i miei canti di vittoria non m'erano usciti ancora di tasca. — Sì, ma cos'avrei fatto per vivere? Le mie lezioni sarebbero preoccupate da altri; i miei canti non potevano veder più la luce. Come ajutante generale sono spesato; sono alloggiato: e po' poi, chi sa ch'io non riesca meglio a pan che a farina? chi sa ch'io non faccia fortuna nella carriera delle armi? Moreau non era che un avvocatello, e più tardi, in qualità di generale, eseguì una ritirata da far la barba a Senofonte. Chi sa mai che il dottore in filosofia non faccia un giorno meravigliar l'universo colle sue imprese? S'ella coglie coglie: o Cesare o niente.

Sospinta dal cattivo vento de' Francesi, che da Berlino ci soffiava in faccia, la nostra truppa si dirigeva sempre verso mezzodì. Fra noi non si parlava altro che d'eroi, che d'imprese, ma in fatto Sparapane non aveva tutti i torti quando ci insinuava di fuggire. Non ci avanzavamo che con precauzione e pe' tragetti, schivando le città e le borgate considerevoli, non fermandoci che in miserabili cascinali, e spesso facendo marcie forzate; simili piuttosto ad una masnada di ladri, che ad audaci conquistatori. I paesani ci tenevano informati delle notizie, e ci fornivano di viveri in abbondanza; ma tutti ci dicevano ad una voce: — Combatterete nella Slesia, perchè i Francesi sono già a Francoforte sull'Oder.»

CAPITOLO X.
Fu il vincer sempre mai laudabil cosa.

— In somma delle somme (mi diceva il generale la seconda sera dopo esserci spiccati dalla via di Berlino, intanto che prendevamo i quartieri in un povero casale, e postavamo le guardie). In somma delle somme ho condotta la cosa sì bene, che piglio Napoleone a rovescio.»

E sorrise con un'aria che dava a pensare; poi si mise a riflettere ancora.

— Potrebbe anche essere (disse Sparapane), purchè egli non ci pigli noi domani.»

Quest'objezione mi fe' raggricciare, perchè naturalmente io pensava al figliuol di mio padre. Tutti e tre meditabondi serbammo il silenzio, poi di scatto ci levammo dalle seggiole come sbigottiti, perchè nel villaggio s'era intesa una fucilata di allarme, e tutti i soldati esclamavano: — I Francesi! i nemici! all'armi!» La trombetta sonò il tutti a cavallo; i tamburri batterono: Sparapane fecesi pallido come un panno lavato, ed io, per mascherare la mia spaventosa agitazione, mi gettai come forsennato nella sala dell'albergo, gridando a quanto me n'usciva dalla gola: — Allò, bravi Prussiani, suvvia: presto all'armi.»

Cercai la porta, ma non la sapevo trovare, sì ero sgomentato; e battendo il capo di qua, di là, rovesciai l'armadio della nostra vecchia ostessa continuando: ad urlare — Prussiani, all'armi! Bravi Prussiani non mi abbandonate.»

L'ostessa si lamentava: i bambini piangevano; cane e gatto saltarono, in mezzo al trambusto sulla tavola. Il qual tramestìo crebbe viepeggio il mio delirio, sicchè credendo i Francesi già in camera, supplicavo il cielo d'avermi pietà, promettendo a me stesso, se la campavo, di non esser mai più ajutante generale, mai più.

Il mio turbamento e le lagrime mie, che fortunatamente Carlomagno e Sparapane interpretarono a mio favore, istillarono ad essi nuovo coraggio; trassero fuori le durindane, e ci recammo al posto ov'erano adunate le truppe. Deh qual fortuna fu il trovarmi al bujo! Nessuno mi vedea, onde potevo, se caso occorresse, sgabellarmene, facendo incognito una ritirata alla Moreau od alla Senofonte. Io non son vile no, pure quel giorno un terror panico mi aveva preso: e poi in generale io sono più inquieto di notte che di giorno. — Ajutante! avanti, con venti uomini verso il cimitero: il nostro posto vi fu attaccato: se avete bisogno di soccorsi, mandate, e vi condurremo dei rinforzi. Finora non è che una scaramuccia dei posti avanzati.»