Così perorò Carlomagno: i venti uomini si difilarono dietro a me, ed io li dovetti condurre. Povero magister bonarum artium, che cera facevi tu nel cavar dal fodero la spada! — Al diavolo il tenente, pensava io. Guarda mo'! non si ricorda più che a Berlino io abitavo al quinto piano?»

Ma bastava che si fidavano del mio coraggio, e l'amor proprio me ne dava. Quando fummo arrivati al cimitero, i miei occhi si copersero di profonda tenebrìa, perchè ci avanzavamo verso un muro alto assai. Ma io scambiai il muro per truppe francesi, e facendomi da una banda, gridai, come se vedessi degli spettri! — Fuoco! fate fuoco!»

Al lampeggiare della polvere ci chiarimmo che s'attaccava battaglia con un muro. Ma, indovinate un po'? sentimmo a un tratto molte voci gridare: — Perdono! quartiere! la vita!» e sette uomini di fanteria leggera francese, uscendo di dietro il muro, ove s'erano rannicchiati, vengono al mio piede gettan l'armi e si danno prigioni. Balordi! se fossero rimasti zitti e cheti noi non ce ne saremmo accorti per insogno. Così vennero da sè in bocca al gatto: e come prigionieri furono disarmati e condotti al quartier generale. Vi lascio pensare quanto mi pavoneggiassi arrivando dinanzi a Carlomagno, come l'ammazzasette, fra lo splendore di torchi e di fanali. Esso mi abbracciò al cospetto di tutto l'esercito, dicendomi: — Ajutante, il coraggio e la prudenza vostra vi fanno un immortale onore. Dirigerò un rapporto a Sua Maestà il Re, in cui gli presenterò la vostra condotta in questo affare sotto l'aspetto più favorevole.»

Dai prigionieri spillammo che una compagnia di fanteria leggera, mandata a prendere i quartieri nel villaggio, avea avuto paura al sentire che Prussiani v'erano in grosso numero; il gran batter delle casse, la gran quantità delle sentinelle, i grandi strombettamenti nostri gli aveano convinti, a non dubitarne che fossimo chi sa quanti. I sette prigionieri s'erano avanzati un po' troppo nell'andar a scoprir paese. Io non toccava terra dal piacere: erano i primi uomini in mia vita che facessi prigionieri; i primi soldati di Napoleone che vedessi in muso. Li feci refiziare di quel poco che si potè avere, e coloro non vi s'addormentarono sopra. Alle mie domande sul numero dei Francesi che si trovavano nei contorni, risposero che un intiero corpo, sotto gli ordini di Davoust, era in cammino per Berlino.

Io tradussi questa risposta al mio degno generale, ed esso, inorgoglito del primo esito delle sue armi, alzò le mani e gridò; — Corpo e sangue! è dunque vero che piglio l'esercito francese alle spalle.» Sparapane al contrario divenne smorto, cogli occhi invetriati.

CAPITOLO XI.
Secondo scontro e sue conseguenze.

Quel che più mi lusingava nella mia prima impresa militare era la persuasione di non aver fatto versare una stilla di sangue. È ben vero che non era mia colpa: ma il merito del generale, nelle grandi battaglie come nelle più piccole scaramuccie, mi pare affatto dubbioso. Il più spesso, particolari circostanze, la felice idea d'un caporale, l'arguzia d'un tamburrino, l'accordo d'un reggimento, che altro so io, influiscono più che il genio del comandante sull'esito d'una mischia. I reggimenti, i battaglioni e le compagnie sul campo non sono più macchine affatto, siccome si suol credere: e non so quanto pagherei a leggere le battaglie di Maratona, di Farsaglia, di Marengo, di Jena descritte in modo filosofico da un testimonio ben informato.

Non appena s'imporporò l'aurora, fummo all'ordine per la partenza: faceva gran freddo, e il nostro generale pensava che avremmo una giornata calda. I paesani narravano che il villaggio era circondato di truppe nemiche, onde fu risolto nel consiglio di guerra di sfilare traverso alla foresta.

Usciti dal villaggio, ecco venirci contro da tutte le parti Francesi, sbucando fino dal bosco ove contavamo passare. Ma il tenente non si sconcertò: con calma stoica dispose in battaglia l'esercito: l'ala sinistra appoggiata ad un pantano, la dritta contro un noce antico. — Camerati, oggi non v'esca di mente che siete Prussiani: bandiera non abbiamo, ma tenete fisso lo sguardo al pennacchio bianco del mio cappello, che sarà dovunque siavi gloria da acquistare.

Questo pensiero mi richiamò a mente Enrico IV, che, in un caso men disastroso, pronunziò alcuna cosa di consimile.