IV. Evitare gli eccessi di qualunque sieno natura, chè ben riflette Rivarol che, quando si è giovani, bastano tre giorni di riserbo per riparare tre mesi di disordine; quando si è vecchi, a pena tre mesi di astinenza rimediano a tre giorni di disordini.

V. Combatter le malattie all'origine: regola più importante ai vecchi, perchè non abbiamo più quelle tali forze di riserva che accennammo.

VI. Convincersi che alcuni incomodi sono inseparabili dall'età, e che bisogna pure che per qualche organo cominci a sfasciarsi la macchina; tollerar dunque in vecchiaja alcuni mali, come se ne tollerarono altri proprj della gioventù. Troppo noto è l'epitaffio di quel veneziano. — Stavo bene, e per voler star meglio, sono qua:» e un medico, pochi anni fa, illustre nel nostro paese, allorchè qualche persona attempata lo consultava su alcun suo acciacco, le diceva: — Lo tenga molto dacconto: procuri di conservarlo per molti anni ancora: e badi che, col voler cacciare questo male, non se ne vada con esso qualche gran bene.»

VII. Mettersi in mente di viver tutta la vita, ma non di là della vita. Cioè allontanare le cause di morte e di malattia, ma non pretender di vincere la legge di natura: v'ha di molti che muojono della paura di morire, mentre invece vuolsi prender la vecchiaja saviamente, ma con ardire e serenità.

VIII. Schivare le gruccie, ma adoperare il bastone, cioè non ismettere l'attività, Touqueville scriveva alla signora Schwetcine: — Lo sforzo fuor di sè, e ancor più in sè, è necessario quanto più s'invecchia. Paragono l'uomo a un viandante che cammina incessantemente verso un paese sempre più freddo, sicchè deve muoversi di più quanto più avanza. La gran malattia dell'anima è il freddo. E per combatterlo bisogna non solo mantener vivo il movimento dello spirito col lavoro, ma anche il contatto de' suoi simili e degli affari. In vecchiaja principalmente non è più permesso viver solo di ciò che s'è acquistato, ma bisogna sforzarsi di acquistar altro; e invece di riposarsi sopra le idee di cui ci troveremmo ben tosto assopiti e sepolti, mettere sempre in contatto e in lotta le idee che si addottano con quelle che suggerisce lo stato della società e delle opinioni al tempo ove si arrivò.» Infatti l'uomo non è soltanto corpo; ed oltre la natura fisica, vi ha quel non so che d'indefinibile, che ci contenteremo di chiamare forza vitale. La solitudine, l'isolamento sono funesti alla vecchiaja, che non può trarre da sè medesima que' conforti dello spirito e del cuore che abbondano alla gioventù; ha bisogno anzi d'occupazioni, d'affari, di consigli, per mettere a profitto la propria esperienza, per dimenticare i disamorevoli disinganni e le meste lezioni dell'età, e conservare i pensieri benevoli. Qual lieto spettacolo non è trovare in un vecchio la placidezza nell'azione; quell'impero sovra sè stesso che si assoda a misura che si ottende la passione; quell'assiduità laboriosa nel culto della dottrina; quell'indipendenza onorevole che vien limitata solo da doveri volontarj; quella mansuetudine nell'austerità di non importuni consigli; quell'affabilità che concilia la clientela dei giovani serj e pensanti; quella facilità indulgente per gli errori altrui, quando se n'ha men bisogno pei proprj: quella soddisfazione di dominare soltanto coll'autorità d'una lunga esperienza, e di mettere a profitto altrui un fondo inesausto di ricordi, di esperienza, di buoni consigli, di gravi e sobrj insegnamenti!

Oh, in tal caso la vecchiaja reca più guadagno nel morale che perdita nel fisico. Ma per conseguirla siffatta, non bastano le rughe e le canizie, come all'autorità del magistrato non bastano la divisa e gli uscieri, come alla nobiltà non bastano gli stemmi e genealogie. Bensì vuolsi quella dignità, che deriva da una gioventù ben condotta, da abitudini sane, da un tesoro di sensazioni e di pensieri accumulati in gioventù da quel patrimonio di affetti, di cui lasceremo l'eredità: da una dolcezza, che supplisce alla perdita degli altri vezzi del corpo e della conversazione; da una tolleranza, che ricopre anzichè snudare i difetti altrui, e vi trova una scusa quand'anche non possa darne una ragione; che però se trasvola alle debolezze, mai non transige col vizio e colla viltà.

Insomma se non vogliamo che la vecchiaja sia un peso facciamone una dignità. A questo modo guarderemo serenamente il lento spegnersi della vita, come il tramonto d'una giornata d'autunno, consumata a riporre il ricolto; e nella fiducia che al suo termine ce ne sorriderà una che non conosce nè vespro nè sera.

1856.

NOTA.