Où la semplicité n'est qu'un luxe de plus:
chi giurò di dir male di chiunque non ha la fortuna di esser morto; chi pretende non poter un autore avere merito se non compì i quarant'anni; chi vuole il nuovo, anche a costo di dar nello stravagante; chi abborre ogni novità quand'anche sia bella; chi, immobile come il dio Termine, minaccia agli arditi quelle catene che il pedantismo formò, che il pregiudizio rispetta, e che il genio non osa spezzare; chi invece, nel dar di cozzo alle troppo anguste barriere, urta e fracassa ogni limite di gusto e di ragione; chi vuol l'insulto del libertino, chi la santocchieria dell'ipocrita; chi vuol la letteratura diretta di continuo al bene sociale; chi fa le risa grasse alle parole di coscienza letteraria, di missione, d'apostolato.
Poi vengono i pericoli esterni, poi le necessità personali e patrie, poi i riguardi di tempo e di luogo. Adula i potenti? avrà gli applausi dei vili che son molti; ma se di mezzo a quella turba si leverà pur un guardo severo a dirgli — Tu rinneghi i fratelli», forse gli applausi e l'argento e i posti e le decorazioni gli torneranno in agro sapore. Sostengasi col decoro d'uomo che sente in sè memorie, orgogli, speranze, e vedrete il pubblico compassionare questi inesperti scribacchini così cattivi amministratori del fatto loro, e prendere uno in sospetto per la indecorata condizione in cui è e vuole rimanere per generosità; vedrete, se occorre, un infame sorgere ad infamarlo; e il pubblico illuminato, alle maligne insinuazioni o alle sguajate denunzie di tale a cui rifuggirebbero di stringer la mano, crederà, piuttosto che ad un'intera vita, immacolata alle prove del terrore e delle lusinghe. Foss'egli pure tanto dappoco da contentarsi della sguajata parte di buffone, anche là non troverebbe tutte rose, e fra gli sghignazzi della educatrice taverna e della congiurata malignità gli giungerebbe pure o lo schizzinoso dispetto di chi abborre questo acconciar le Muse da saltimbanco, o il severo dissenso di chi prova dolore e disdegno qualvolta vede nascere un nuovo nemico del bene e dell'operosità.
In un tempo, in cui la critica è reputata la faccenda più agevole del mondo, e siede a scranna chi appena sarebbe da tanto da vergar lettere in un cancello; e prima d'avere studiato, anzi perchè non ha studiato, elevasi a sputar sentenze, e arrogasi tutore e vindice del buon gusto, il povero autore casca in mano di chi, pretendendosi non solo pari, ma maestro, si introna giudice, non con ingegno libero, sciolto, attento, ma con pregiudicato, incolto, meschino; che crede genio la sfacciataggine di ripeter in iscritto il motto che altri lasciossi sfuggire di bocca nella conversazione famigliare, e franchezza il dir ad alta voce ciò che non osa il suo cauto dissimulato suggeritore: — tiranelli che, somiglianti al Turco, non vorrebbero vedersi attorno se non eunuchi, e cominciano il regno loro dal trucidare tutti i fratelli. Costoro, indispettiti ch'egli osi far meglio di loro, dopo che ne avran lodato il primo lavoro, s'affrettano poi a deprimere i successivi, e procurano delle sue ruine formar piedestallo a qualche nano ch'essi predestinano a fargli ombra.
Nè fra noi il letterato s'aspetti di trovare, come in Francia, un De Fontanes che proclami il sorgente Chateaubriand, o Chateaubriand che col suo voto credasi in dovere di proteggere i primi voli di Hugo o di Lamartine. Qui i re o i pretendenti della letteratura, ombrosi taceranno, o guarderanno con indifferenza l'affannoso dibattersi d'un novellino, costretto ad aprirsi da sè stesso la inesperta via tra bronchi d'ogni genere; e quantunque gli conoscano e cuore ed intelletto, non gli direbbero una sillaba di conforto, non soffogherebbero col nobile assenso i garriti della intollerante mediocrità.
Il povero letterato, venuto in campo con ottimo fondo e col cuore aperto alla benevolenza, nei petti che vorrebbe abbracciare non iscontrando altro che le punte repellenti della denigrazione e dell'ironia, è costretto a ritirar la mano stesa all'amplesso, isolarsi, bestemmiare, odiare, struggersi nella fame d'affetti e d'intelligenza.
La legge stessa che ad ogni cittadino garantisce, non solo sicurezza della vita, ma riguardi all'onore, tace pel povero letterato, che può vedersi bersaglio del primo cane che voglia addentargli le gambe, o della prima scimmia che tolga a contraffarlo; nè tampoco il galateo avrà voce, e le villanie che, dette ad un altro galantuomo, stomacherebbero la moltitudine, avventate a un letterato piacciono, garbeggiano; v'è chi non cerca altro se non la colonna del giornale ove ci abbia ingiurie; v'è chi si dà premura che di quest'ortiche non si patisca mai penuria; e siccome i fanciulli in piazza vanno in sollucchero al veder Pulcinella bastonare i fantocci di legno, così il colto pubblico di sè stesso s'esalta quando Bavio o Mevio, idrofobo o buffone, menano da ciechi sopra questo giocattolo del pubblico, che chiamasi il letterato.
Ma il letterato non ha la testa di legno; è uomo della specie più sensitiva; ha un onore, ha affetti, ha speranze; e l'assassino scurrile o rabbioso gli guasta tutto. Vedetelo! Persuaso d'aver fatto un poco di bene alla società, anche indipendentemente dalla lode sperata, ne gode tranquillo con alcun amico, colla donna una cui stretta di mano gli val meglio d'un premio; e con essi entra ad un crocchio dove ricrearsi quella sera dalle fatiche del giorno. Ed ecco cadergli sotto gli occhi un foglio, ove il suo lavoro è messo alla gogna. Oh! certo egli ha filosofia quanta basti per non curarlo: la venale malignità e l'ignoranza superba, che trapelano da tutti i pori dell'articolo, il fanno sentirsi immensamente superiore all'attacco: ha in pronto una ragione trionfante contro ognuno degli appunti; prova compiacenza del trovarsi scopo ad ira così abjetta, la cui coscienza sta nel comando o nella seduzione di chi s'adombra d'ogni lampo di generosità. Ma intanto ciascuno gli parla di quella censura o per sincero compatimento, o pel gusto di esacerbargli la ferita; se non altro, per dirgli che non vi badi. Domani, andando a far colazione alla bottega, quel caffè gli si inacidirà nel veder il noto foglio in mano d'un terzo, che ride del buffone e del beffato, e che vilipende questo coll'associargli il bassissimo nome di quello. Salendo alla cattedra, pensa che i suoi scolari han letto, hanno udito: ciò che più gli pesa, qualche galantuomo, di quelli che non sanno immaginare che uno ingiurii altri a quel modo senza provocazione, andrà fin a supporre che esso abbia in verun modo offeso o stimulato il petulante ringhioso, verso del quale pure non ebbe altro torto, che quello d'un innocente viandante, contro di cui s'avventi un mastino per mera febbre di far male, o un molosso aizzato dal proprio padrone.
Che fare? mettersi a declamar per le botteghe e per le piazze le sue difese?
Ma io parlo d'un letterato, non d'un cerretano.