Pianse i riposi di quell'umil vita
E sospirò la sua perduta pace,
e disse, — Oh fossi rimasto colà chirurgo, soffocando questa
Qual sia favilla che mia mente alluma».
Pure la disperazione è il peggior oltraggio che l'uomo possa fare alla Divinità, che lo gettò fra i triboli dicendo, — Soffri e progredisci.» Ma Burke accolse il poeta: gli parlò con quella benevolenza che costa sì poco ai fortunati del secolo, e tanto giova agli sfortunati; e Crabbe gli aperse il cuore, gli narrò quell'infanzia sua deserta, quell'istruzione incompleta, quelle lotte contro una professione ingrata, quelle lusinghe d'un amore virtuoso: e in tutto ponea tanta sincerità, tanta onorata delicatezza, che Burke se ne sentì preso, e raccontandolo ad un amico dicevagli un poco aristocraticamente: — Questo garzone ha i sentimenti d'un gentiluomo.»
Quanto meglio avrebbe detto d'un galantuomo! ma invece di stiticarne la parola, lodiamolo dell'averselo preso in casa e a tavola, quasi un figliuolo; e benchè assorto nelle lotte parlamentari, trovò tempo di leggere i manoscritti di esso, farne una scelta rigorosa, poi presentarlo ad un librajo garantendo le spese di stampa. Il merito de' versi e, diciamola, l'appoggio dell'insegne oratore, procacciarono a Crabbe le lodi di qualche giornalista, di che egli non inorgoglì per addormentarsi nella mediocrità, ma s'affidò per far meglio. Insomma il primo passo era fatto; nè noi vogliam raccontare la vita di Crabbe. Tanto più ch'egli non risultò un Omero o uno Shakespeare; buon poeta, ma nemmeno pari ad altri del tempo, quali un Cooper, un Wordsworth.
Vanto e pretensione di lui era ritrar al vero — Vieni, bella Verità; mostrami i caratteri ch'io dipingo, chiaro come li vedi tu; rivelamene qualità e difetti, sicchè io possa dire, Essere fragile, osserva qual tu sei, e ch'io possa leggere a nudo sin in fondo al cuor umano.»
Avrebbe con ciò esclusa la facoltà che alcuno dice primaria della poesia, l'immaginazione, se non si sapesse quanta se ne richiede per vedere e conoscere la verità; e come l'invenzione stia nell'ingrandire ed abbellire il vero.
Il suo Villaggio non è un idillio di Titiri e Mirtilli, ma la pittura della vita campestre qual è, coi suoi dolori e le sue traversìe, e col merito di superarli o sostenerli; ove il sole e il vento han tutt'altro che bellezza e frescura; ove la incessante fatica dei campi dà altra voglia che di pigliar l'opaca frescura sotto patuli faggi; nè i canti di coloro che dalla città o dalle corti celebrano tre e quattro volte beati i pastori, alleviano la scarsezza di pane, e il freddo e il fumo delle afose capanne. Crabbe ritrae la grossolanità e le miserie del contadino, l'abbandono del malato sul suo pagliariccio, l'indifferenza del suo funerale, dopo una vecchiaja che s'accorge d'essere tutta a carico della famiglia; e la fedeltà di quei quadri attinge alla poesia, perchè sempre ne traspira l'affetto.
Nel Registro parrocchiale scorre i libri di battesimo, di matrimonio e di morte del suo paterno paesello, a ogni nome che incontra racconta una storiella di villaggio, dipingendo un carattere, una vicenda: cornice elastica ove entrano episodj senza fine.