I Lombardi principalmente serbano abbominio alla memoria di lui, mentre insuperbiscono della Lega Lombarda che avevano formata per resistergli. E sebbene, nella pace di Costanza, lo vedessero scendere con loro ad un accordo, che ne riconosceva l'indipendenza nazionale, stettero sempre in gelosia de' successori di essi, e s'attennero alla parte Guelfa. Questa parte (denominata dai signori Guelfi di Baviera, avversi agli Hohenstaufen e ai fautori di questi ch'erano chiamati Ghibellini dal costoro castello di Weiblingen) rappresentava l'anelito dell'indipendenza, sotto la supremazia papale, mentre i Ghibellini avrebbero amato un governo forte e uno, e perciò la sovranità imperiale. Le due fazioni si spiegarono maggiormente alla morte del Barbarossa; e alla Guelfa acquistò fautori l'indegnità del figlio di lui, l'imperatore Enrico VI. Questi s'appoggiava tutto sulle sue armi, ultima ragione di chi non n'ha alcuna buona; e menò guerre incessanti contro questa povera Italia, per mozzarne la libertà, che da suo padre s'erano fatta garentire. Ma alla prevalenza imperiale avevano fatto sempre contrasto le repubbliche lombarde, i pontefici e i Normanni. Le repubbliche avevano provato la nobile compiacenza del governare i proprj interessi; e venute con ciò ad uno sviluppo stupendo d'intelligenza e di ricchezza, non erano disposte a tornare a un giogo avvilente. I papi sentivano che all'indipendenza del loro potere era necessaria l'indipendenza anche delle Due Sicilie, e perciò mal soffrivano che alcun straniero vi piantasse un dominio, il quale eccedesse que' limiti della supremazia tra sacra e guerresca, quell'accordo tra Chiesa e Stato, ch'erasi combinato dalla creazione del Sacro Romano Impero. Nell'Italia meridionale poi si erano stabiliti i Normanni, e occupate le Due Sicilie, ne formarono un regno, che controbilanciava qualunque potenza avesse voluto prevalere nella settentrionale; ligi ai papi senza pregiudizio della propria autonomia, e disposti a sostenerli qualunque volta venivano a cozzo coll'imperatore e coi Ghibellini.
Supremo intento di chi volesse togliere l'indipendenza all'Italia, doveva esser dunque l'acquisto delle Due Sicilie; quanto alla potenza papale, essa non fu mai considerata come un ostacolo serio dai conquistatori di quel paese.
Enrico VI aveva sposato Costanza, ultima erede dei re normanni, talchè si trovò re anche delle Due Sicilie; ma da tal fatto, che pareva consolidarla, venne la ruina della casa d'Hohenstaufen. Enrico tiranneggiò insanamente i Siciliani, calpestando i privilegi e le consuetudini, talchè non lasciò che odio in eredità al bambino suo, che fu Federico II. Quest'uomo, uno de' più illustri del medioevo, disgustò i Tedeschi perchè mostrava prediligere il suo regno in Italia; disgustò gli Italiani perchè cercò di mozzarne le libertà, sostenendo da per tutto i tiranni ghibellini; lottò tutta la vita coi papi, e mentre (come il cronista Salimbeni dice) sarebbe stato senza pari sulla terra se avesse amato l'anima sua, mori senza aver nulla consolidato.
Suo figlio Corrado IV, imperatore contrastato, venuto in Italia per farsi valere, vi trovò la morte, dissero accelerata dal fratel suo naturale Manfredi, il quale allora si fece re della Sicilia, a scapito di Corradino figliuolo dell'estinto. I pontefici, ch'erano riconosciuti signori supremi di quel regno, non potendo altrimenti reprimere la tirannide dell'usurpatore, ne trasferirono la corona in Carlo d'Angiò, il quale, sostenuti da essi papi, e dai Guelfi, venne, vinse in battaglia Manfredi, e occupò il regno. Ma (caso troppo consueto) ben tosto si mostrò per nulla migliore di coloro che aveva cacciati: sicchè quei troppi che si lasciano lusingare a promesse di liberatori, e che perciò si trovano spesso delusi, mutarono in compassione e ribrama l'esecrazione che pur dianzi avevano per la casa Sveva.
Il volgo
Sempre il signor che più non ha vorria.
Corradino — Sue speranze.
Il 25 marzo 1252, da Corrado IV e da Elisabetta di Baviera era nato Corradino; bellissimo di sua persona (pulcherrimus), letterato sicchè ben si esprimeva in latino, mentre in tedesco componeva poesie, che otteneano lode fra quelle dei Minnesingeri. Suo padre morendo l'aveva affidato alla tutela, non dello zio Manfredi di cui sospettava, ma di Bertoldo di Hohenburg, signore bavarese, il quale però vedendo i Siciliani mal intalentati verso di lui straniero, rimise la reggenza a Manfredi, che, come dicemmo ne usurpò il dominio. Corradino era stato allevato presso il duca Lodovico di Baviera, sotto le sollecite cure d'una madre, che all'affetto univa pure le indomite speranze di chi, accostate le labbra al potere, non sa più cessarne la sete: e, come a tutte le grandezze scoronate, gli stava dintorno una turba di persone, che ne esageravano i diritti e ne esaltavano le speranze: e i fuorusciti, perpetui sommovitori dello stagno ove confidano il pescare, e i malcontenti de' paesi dominati da' suoi padri, lo circondavano di quella nebbia d'incensi, che toglie di veder la situazione e di calcolare al vero i mezzi e la probabilità.
Al giovinetto, allora appena di quindici anni e mezzo, entrò facilmente il concetto che l'Italia aspirasse solo all'occasione di liberarsi dai Guelfi, dai papi, dagli Angioini, e l'occasione aspettata fosse lo sventolare dello stendardo svevo: certo lo ajuterebbero i tanti beneficati dal padre e dall'avo suo, e che egli (giovane com'era) confidava fedeli alla sventura. D'altra parte i Tedeschi lo rimproveravano di neghittoso, e cantavano canzoni contro di lui[14] perchè si rassegnava alla perdita dei diritti paterni.
Coll'ardore d'un giovane e la cecità d'un pretendente, mosse egli dunque verso l'Italia, per quanto sua madre lo dissuadesse; i duchi di Baviera suoi zii lo accompagnarono per Trento fin a Verona coi loro feudatarj, ma poichè a lui venne meno il denaro da pagare quei 10,000 uomini, essi tornarono indietro, eccetto 3000 ch'egli potè ritenere, impegnando il proprio patrimonio. Che importa? I Ghibellini di tutta Italia, i malcontenti del regno di Sicilia gli largheggiavano promesse, merce di poco costo; uomini e denari affluirebbero. I Lucchesi aveano mandato a sollecitare la madre di lui: i Fiorentini vi spedirono Bonaccorso Bellincioni degli Adimari e Simone Donati, cavalieri d'alto credito, i quali dall'andata loro riportarono larghe promesse e una mantellina foderata da vajo che usava portare Corradino, la quale i Lucchesi esposero in San Fridiano e «non altrimenti vi traevano le genti a vederla, che se qualche solenne e celebrata reliquia fosse stata.»[15] Il solo Manfredo Malatesta, signore napoletano, gli aveva assicurato 16,000 oncie d'oro e 1000 cavalieri stipendiati. È ben vero che nè uomini nè danaro comparivano;[16] ma intanto Corradino componeva manifesti, arma di chi è debole nelle altre, e lamentavasi di Roma «che lo odiava a segno di non volerlo pur vivo;» e vantava la magnifica sua stirpe, che sì lungamente imperò, e dalla quale egli non voleva esser degenere; e dicevasi eletto e creato alla sublimità dell'impero, al quale aspirava calcando le orme dei suoi progenitori.[17] Forse all'infelice giovinetto aveano lasciato supporre ch'egli avesse alcun diritto ereditario alla corona imperiale, mentre essa liberamente attribuivasi dagli elettori.