Con lui veniva un altro giovane spossessato, Federico di Baden, a cui il ducato d'Austria era stato tolto dal re di Boemia Ottocaro; sicchè, legato a Corradino da parentela e da conformità di sventure, veniva ajutarlo a recuperar il retaggio d'Italia, sinchè giungesse l'ora di racquistare egli pure il suo. Giovani infelici, entrambi non acquisterebbero che il patibolo.
Giunsero a Pavia, città fedele agl'imperiali per opposizione alla sempre guelfa Milano; ed evitando le altre città lombarde, avverse a quel partito, e secondati dai tirannetti che speravano rialzarsi, varcarono i gioghi liguri; e ad un piccolo porto presso Savona trovarono galee della Repubblica Pisana, che li trasportarono a Pisa, città commerciante, che, come la moderna Inghilterra, avea promesse o almeno ricovero per chiunque gliene pagasse: e che al pretendente allestì ventiquattro galee, colle quali, presso Melazzo, dissipò un'armata assai maggiore di Provenzali e Messinesi.
Sedeva pontefice Clemente IV, di nazione francese e perciò propenso a Carlo d'Angiò: oltrechè si era indignato alle pretensioni del giovinetto, che mostrava aspirare a congiunger l'impero colla corona di Sicilia; e poichè su questa era riconosciuta la supremazia della Santa Sede, nell'ottava di San Martino del 1247 dichiarò scomunicato Corradino[18]. Trista mescolanza delle armi spirituali cogl'interessi mondani, ma conforme alle idee del tempo. Chiamato poi in congresso Carlò d'Angiò, da Viterbo, ai 12 aprile dell'anno seguente, proferì proscritto Corradino co' suoi aderenti, e decaduto non solo da qualsifosse diritto sopra il regno di Sicilia, ma anche sopra il ducato di Svevia e sopra l'ideale reame di Gerusalemme, ignobilmente insultando a questo reatino, uscito dalla razza velenosa del tortuoso serpente che, aspirando all'esterminio della romana madre Chiesa, col suo fiato appesta i paesi di Toscana, e manda traditori nelle diverse città dell'impero vacante e del nostro regno di Sicilia[19].
Queste parole già fanno intendere come fautori non mancassero al pretendente: chè mai non fu difficile, massime in regno nuovo, il trovare partigiani a chiunque sorga a sommuovere. I baroni, che in Lombardia e in Toscana tenevano i feudi dell'impero, e all'ombra di questo aveano esercitato la tirannia, bramavano veder un nuovo imperatore, e massime un imperatore giovane e fiacco, sotto il cui nome mantellassero le superbe lor voglie. I Ghibellini, depressi in ogni parte, rialzarono la testa. A Roma sovratutto, sempre riottosa al dominio papale, parteggiava apertamente pel giovinetto, ed Enrico di Castiglia, che n'era stato eletto poc'anzi senatore da Carlo, or, disgustato di questo, mandava a Corradino invitandolo a venire, proferendogli la propria spada e un corpo di combattenti.
Realtà e sconfitta.
Con sì fauste lusinghe Corradino mosse da Pisa; mal accolto dai Fiorentini, malgrado le promesse traversò Siena, città a lui devota, che gli diede centomila fiorini d'oro[20], e che, al primo successo ch'egli ottenne al Pontavalle nel Valdarno Superiore, menò tripudj vivissimi e distrusse case e torri di Guelfi e il palazzo de' Tolomei, levandone 13 colonne colle basi e i capitelli[21]. Corradino spiegò le sue bandiere sotto alle mura di Viterbo, nelle quali stava ricoverato il pontefice, profugo da Roma. Ancora una volta dunque il vessillo ghibellino sventolava minaccioso al capo della Chiesa; e i cardinali, gente d'altro che da eserciti, ne impallidivano; ma il papa disse loro: non vi metta paura questo giovane, trascinato dai malvagi come una pecora al macello, e non meno tranquillamente celebrò la solennità della Pentecoste.
I Romani festeggiarono Corradino col tripudio di un popolo che ha bisogno dello spettacolo, e coll'antica e nuova storditaggine di chi spera sempre la liberazione dallo straniero; il terreno coperto di abiti e di stoffe, le vie parate di ricchi tappeti, di pelliccie, di drappi di seta e d'oro, e tese di corde, alle quali ciascuno avea sospeso quel che di più vistoso avesse in fatto di vesti, di armi, di galanterie; e da per tutto suon di tamburi, di viole, di pifferi, e cori allegramente cantanti[22].
È sì facile anche ad uomini assodati da lunga esperienza il lasciarsi inebbriare da applausi che crede aver meritati o spera giustificare! Corradino, gridato liberator del popolo, spada d'Italia, e quegli altri titoli che d'età in età sono echeggiati dal vulgo di piazza e di gabinetto, salì al Campidoglio, e fece al popolo romano un discorso, ove il popolo romano avrà trovato tutte le bellezze di sentimento e di forma, perchè v'era adulato. Gridi, urla di gioja, strepitosi viva risposero, facendo risuonare i sette colli, e in poesia e in prosa si inneggiò al legittimo successore di tanti Cesari.
Di quante speranze non dovea colmarsi il giovane Svevo: con quanta dolcezza ripensar all'esultanza di sua madre e della sua fidanzata! non levavano esse ogni giorno le mani al cielo per la prosperità di lui? In ciò fidando, ai 18 agosto mosse per Tivoli e Vicovaro, onde penetrare negli Abruzzi, sia per evitare a' suoi Tedeschi l'arsura de' giorni canicolari, sia per avervi abbondanza di carne e d'acqua: oltrechè quei monti erano opportunissimi ad accamparvisi e vi verrebbero a raggiungerlo tutti i partigiani suoi del regno, e principalmente i Pagani di Lucera, come chiamavasi una colonia di Saracini, che Federico II avea piantata nel cuor del regno, esponendo ai Musulmani e la religione e l'indipendenza nazionale per aver sotto mano persone che non temessero le scomuniche, e che di fatto furono fedelissimi sostegni della casa Sveva.
Carlo d'Angiò, fratello di san Luigi di Francia, ma tanto astuto ed avido quanto pio e disinteressato era questo, aveva eccitato moltissimo scontento in quei regnicoli, che poc'anzi l'aveano accolto come salvatore, ma egli fidava sull'esercito suo di Provenzali e Francesi e baroni del regno. Non dormiva egli no: e ad Alba, donde si spiega il campo Pallentino, oppose all'invasore un buon nerbo di cavalieri francesi, toscani e regnicoli, guidati da Guglielmo Stendardo e Giovanni di Grati; poi a Tagliacozzo si fe' giornata (23 agosto). Alle armi del re benediva il legato pontificio, mentre imprecava a quelle di Corradino: ma questi con Federico menava buon numero di Tedeschi; di Italiani Galvano Lancia barone pugliese e Guido da Montefeltro; di Spagnuoli Enrico di Castiglia; e la superiorità dei Ghibellini pareva evidente, sicchè Carlo disperavasi nel veder i suoi dispersi e uccisi, e Corradino già esultava della vittoria, già pensava al gaudio di sua madre e della sua sposa; già credea sua quella superba Napoli, quell'impareggiabile Sicilia, che suo avo Federico diceva empiamente, se Dio l'avesse conosciuta, non avrebbe prediletto il regno di Palestina. Ma Alardo di Saint-Valery, vecchio cavaliere francese, reduce allora di Terrasanta, avea mostrato a Carlo l'importanza di tenere una riserva e avea serbato in disparte un corpo di truppe fresche, colle quali assalendo i Ghibellini, quando già si tenevano sicuri della vittoria, li sbaragliò interamente.