Corradino, strappatigli repente gli allori e i sogni, non ebbe scampo che col fuggire, e a fatica ricoverò sulle terre romane. A Roma i Ghibellini aveano anticipato la nuova del suo trionfo, e presane l'occasione sempre ambita di far izza al papa e menare nuove feste; ma la verità giunse ben tosto coi fuggiaschi, e che Enrico di Castiglia, senatore della città, era caduto prigioniero: poi le triste notizie s'affollano: che Carlo ai prigionieri romani fece troncare i piedi, acciocchè la loro vista più sgomentasse la città; ma vedendo il popolo inferocirsi anzichè sgomentarsi a quello spettacolo, gli aveva fatti chiuder in una casa e quivi bruciare; che Carlo stesso veniva su Roma. Di fatto i Guelfi, rialzato il capo, e vendicatisi dei Ghibellini, con nuove feste accolsero Carlo, che alla sua volta salì in Campidoglio fra apparati ed inni, e ripigliò la dignità di senatore, e sedette giudicando. Ma non perdette tempo ne' trionfi, e provvide a compiere la vittoria.

Corradino, così subitamente caduto dal vertice delle speranze nell'abisso della realtà, era corso a Roma, ma invece degli applausi di jeri trovò scherni e insidie, talchè vestito da villano fuggì, avendo seco l'indivisibile Federico d'Austria, Galvano Lancia, il costui figlio e poc'altri, fedeli alla sventura. Presero la via del mare, sperando trovar qualche legno, che li ritornasse a Pisa, o più volentieri all'isola di Sicilia, ove Corrado Capece suo vicario avea chiamati Saracini dall'Africa, e coll'armi straniere e musulmane teneva elevata la bandiera Ghibellina. Giunsero al fiumicello che la campagna di Roma separa dalle paludi Pontine presso al castello d'Astura. N'era castellano Giovan Frangipani romano, che, come gli altri baroni, aveva sposata la parte di Corradino; sposata, ma per vantaggio proprio, giacchè costui non avea di mira che il guadagno, e facendo guerra alle strade e al mar vicino, cercava d'ogni parte o prede o riscatti.

Avvisato che persone ignote erano giunte in paese, e che, per aver un legno offrivano un prezioso anello e promettevano ingente noleggio, lasciava che fosse lor data una nave, ma con cattivi rematori; intanto, prevalendo la cupidigia, si pose ad inseguirli, e raggiunti li condusse ad Astura, in tentenno se cavar oro dal salvarli o dal venderli.

Carlo non tardò ad averne contezza, e Roberto di Lavena, capitano delle sue galee, si presentò davanti Astura, domandando i rifuggiti, mentre per terra il cardinale Giordano di Terracina chiudeva ogni passo. Il Frangipani dunque consegnò gli infelici, e Carlo venne in persona a Genzano con un corpo di cavalleria per riceverli; e senz'altro fece decapitare Galvano Lancia, suo figlio ed altri signori di Puglia; erano sudditi ribelli; vassalli sleali; processo non occorreva.

Corradino e Federico tenne prigionieri a Palestrina; poi, disperso che ebbe i residui del vinto esercito, li menò in insultante trionfo attraverso alle città della Campagna e della Terra di Lavoro fino a Napoli: lieto quanto il giorno che aveva ucciso Manfredi a Benevento. A Tagliacozzo Carlo fece erigere la chiesa della Vittoria dal miglior architetto d'allora, Nicolò da Pisa, e dotolla di laute possessioni. Il traditore Frangipani ebbe in premio la signoria della Pilosa fra Napoli e Benevento, la nobiltà e l'infamia.

Processo e morte.

Narrano che il papa, interrogato dal re che cosa dovesse far del prigioniero, rispondesse: La vita di Corradino è morte di Carlo; la vita di Carlo è morte di Corradino. Questo brutale consiglio è una delle mille ciancie, inventate da un tempo e da un partito che, venerabondi ai re, voleano scolpare questi col denigrare i sacerdoti e i papi: e se il Giannone, nella sua servilità a coloro che poi doveano ripagarlo a quel modo, bevette intrepidamente quell'aneddoto, lo trovò improbabile perfino il Sismondi, così corrivo a tutto ciò che denigri i pontefici. La storia insegna a valutare i fatti secondo le idee dell'età; le quali, se non giustificano mai il misfatto, ne danno la spiegazione.

Corradino era scomunicato; e come tale non poteva essere giudicato che dalla Chiesa; laonde Clemente IX il domandò[23]. Questo pontefice avea già preso malavoglia dell'ambizione e della violenza di re Carlo; e l'aver in mano quel giovine sarebbegli stato un pegno e uno spauracchio prezioso. Per ciò stesso dovea Carlo rifuggirne; e probabilmente trovò modo di sgomentare Corradino sul trattamento che gli destinerebbero questi preti, inesorabili nemici della casa sua; e di persuaderlo ad affidarsi piuttosto alla sua regia clemenza. Di fatto il giovinetto confessò di avere peccato contro la santa madre Chiesa. Frate Ambrogio Sansedoni, predicatore rinomato di Siena, andò al pontefice e aveva preparato un eloquente discorso da recitargli a favore di Corradino, quando, accortosi dell'efficacia della semplicità, non fece altro che prostrarsi a' piedi del papa, ricordargli la parabola del figliuol prodigo, poi: Santità, Corradino manda a dirvi: Padre, ho peccato avanti ai cieli e te, e chiede umilmente la remissione del suo peccato per la misericordia che è in voi.

Il pontefice, tocco nel cuore non dall'eloquenza del frate ma dall'alito di Dio, rispose subito; Ambrogio, io ti dico in verità, la misericordia vogl'io non il sacrifizio e rivoltosi agli astanti: Non è lui che parlò, ma lo spirito di Dio onnipotente. L'agiografo che racconta quest'aneddoto[24] soggiunge che il pontefice e tutti gli astanti rimasero stupefatti della dolcezza che Dio aveva fatto passare dalla bocca del beato Ambrogio nei loro cuori; e così Corradino fu assolto da ogni censura e dallo sdegno del pontefice.

La Chiesa assolveva; il re esultava di vedersi assicurata la sua preda;[25] e non interponendosi più conflitto di giurisdizione, potè disporre il processo in quel modo che giovasse al suo intento. Convocò a Napoli due sindaci di ciascuna delle città del Principato e della Terra di Lavoro, a lui devote e davanti a loro e a magistrati tutti francesi, propose l'atto d'accusa di Corradino. Eppure i più dichiaravano non fosse reo di morte un re vinto che tenta recuperare il toltogli dominio; e che, dovea considerarsi come prigione di guerra; e perchè Carlo, quasi a rendere il Cielo complice del suo misfatto insisteva sull'esser quello colpevole di sacrilegio per aver arso dei monasteri. Guido di Suzara valente giurista gli rammentò come un capo non possa star responsale de' trascorsi de' suoi seguaci; e come l'esercito stesso di Carlo se ne fosse contaminato nella prima conquista. Mandato ai voti, tutti furono per l'assoluzione, eccetto Roberto di Bari, provenzale, protonotaro del regno, che opinò per la morte; e bastò quell'unica voce perchè Carlo la decretasse. Così faceansi allora a Napoli i processi, pubblici e discussi.