Corradino, quando ricevette l'annunzio della sua condanna, giocava agli scacchi col cugino Federico d'Austria; e lasceremo ai romanzatori il raccontare, e agli uomini di cuore il pensare qual impressione dovessero riceverne i due giovinetti, nati al regno e or destinati al patibolo. Chiesero di far testamento, e la mattina del 29 ottobre lo dettarono, presenti Giovanni Bricaudi, sire di Nangey, e quell'Alardo di Valéry che aveva a Carlo dato il suggerimento per cui vinse la battaglia di Tagliacozzo. Nell'archivio di Stoccarda esiste il testamento di Corradino, o piuttosto un codicillo di testamento anteriore non pervenutoci, ove provvede al pagamento d'alcuni debiti; fa molti legati a monasteri germanici; ai duchi di Baviera suoi zii lascia «tutti i beni patrimoniali e feudali con tutte le persone d'ambo i sessi a lui appartenenti ne' paesi germanici o nei latini.» e raccomanda loro Corrado e Federico d'Antiochia suoi cugini. Della madre non fa cenno, non della fidanzata, che si suppone fosse Brigida dei marchesi di Misnia: che non parlasse d'un erede a suoi diritti sul trono di Sicilia è facile comprenderlo, dettando egli sotto gli occhi di amici del suo nemico.

Corradino, quando ricevette l'annunzio della sua condanna, giuocava agli scacchi col cugino.... (Pag. 238).

Dal castello di San Salvadore, Corradino con Federico d'Austria e dieci compagni furono condotti alla piazza del Mercato, ove, nella cappella di sant'Angelo, servita da Carmelitani, ascoltarono una messa da morto, detta per l'anima di loro ancor vivi; e si confessarono. Quella piazza non era allora chiusa verso il mare dagli edifizj; un rivo gettavasi in mare, e di là da quello stava il cimitero degli Ebrei. Fra questo e la predetta cappella fu eretto un patibolo, alla vista di quel cielo incantato, di quel mare, di quel lido, che la vulgare locuzione qualifica un pezzo di paradiso caduto in terra.

Re Carlo volle darsi il barbaro piacere di veder dal castello lo spettacolo, e un popolo infinito v'accorse colla solita brutalità. Roberto di Bari, il protonotaro che aveva votato per la morte di Corradino, ne lesse la sentenza; e Corradino uditola, levossi il mantello, si pose ginocchioni, ed esclamò: O madre, madre mia, qual notizia avete a sentire! e posata la testa sul ceppo, e giunte le mani verso il cielo, aspettò quella che si chiama giustizia. Tale rassegnazione inferocì il cugino Federico, che urlando, bestemmiò imprecando, senza chieder perdono a Dio lasciossi strappar la vita.... Gli altri lo seguirono.

E il popolo guardava, stupidamente, e stupidamente piangeva, e alcuni Francesi, tardi indignati d'essere stromenti alle vendette d'un regnante, esalavano la collera con quei paroloni generosi di cui è scialaquatrice quella nazione dopo fatti turpi. La morte di giovani principi era un bel soggetto per canti, e in tedesco e in provenzale se ne fecero; Saba Malaspina diede loro l'omaggio che uno storico può, la patetica narrazione della loro fine, e un compianto su quel cadavere che «giaceva come un fior purpureo da improvvida falce reciso.»

I Senesi, dopo la rotta di Tagliacozzo, aveano raccolto le reliquie dell'esercito: e affidatele al gran cittadino Provenzan Silvani, ruppero guerra ai Fiorentini: ma sopra Colle in val d'Elsa furono battuti dal vicario di Carlo (11 giugno 1269). Il beato Ambrogio Sansedoni impetrò ai Senesi l'assoluzione e dal 1273 in poi ogni anno facevasi a Siena una rappresentazione con macchine, versi e canti, per ricordare quegli eventi. Il vulgo narrò che un'aquila scese dall'alto delle nubi, intrise l'ala destra in quel regio sangue, e tosto risalì al cielo. Era sangue di re, che un re aveva fatto scorrere, giustificato dal diritto della vittoria, e dimenticando che la vittoria non è sempre pei forti.

Non in terra sacra, ma nel sabbione del luogo stesso del supplizio furono sepolti i cadaveri sotto un cumulo di pietre; poi si narrò che i frati disseppellirono le ossa di Corradino, e le inviarono alla madre. Al posto poi della cappella fu elevata la chiesa di Santa Maria del Carmine; ma la lapide che or rammenta quella catastrofe fu posta solo nel secolo passato per cura di Michele Vecchione; ed è tradizione destituita di fondamento che Elisabetta dalla Baviera venisse in persona, sopra una galea tutta nera, a raccoglier il corpo del figliuolo, per farlo seppellire in una chiesa da lei fondata; e che in memoria di ciò, quei frati ponessero una statua colla borsa in mano: statua che or mutila è abbandonata in un magazzino del Museo degli Studj.

Regnando Giovanna I, un cuojajo napoletano, di nome Domenico di Persio, si ricordò di quell'infelice che i parenti principeschi aveano dimentico, e dalla regina si fe' cedere il terreno dov'era stato ucciso, e vi fece erigere una cappella, con una colonna sormontata da una croce colla Madonna e la Maddalena e il simbolo affettuoso del pellicano. La confraternita dei cuojaj la prese in cura, e vi facea celebrare nella solennità, finchè la cappella non bruciò nel 1785. Ora la colonna vedesi ancora al vestibolo della sagristia nella moderna chiesa delle anime del purgatorio, e la croce staccatane è nella sacristia stessa sopra un altare.