Ricordano Malaspini, e dietro lui il Villani e gli altri annalisti, narrano che al supplizio assisteva Roberto conte di Fiandra, genero di Carlo, e che, udita la sentenza, si avventò al protonotaro esclamando: Malnato! tocca a te condannar un signore sì nobile e gentile? e lo trafisse. Il colpo sa talmente del francese, che romanzieri e tragici l'han ripetuto, e la storia docilmente l'adottò. Per disgrazia degli amatori del dramma in un memoriale dei podestà di Reggio, inserito nel tom. VIII dei Rerum italicarum scriptores, si trova che il 18 ottobre Margherita di Borgogna, nuova sposa di Carlo D'Angiò, arrivava a Reggio, e vi si fermò, ed ivi giunse a incontrarla Roberto, alla fin del mese, quando appunto accadeva il supplizio di Corradino. Poi nel lib. III pag. 215 del Summonte, Historia di Napoli, è riferito un diploma reale del 15 dicembre seguente, dato per mano di maestro Goffredo di Belmonte, e Roberto di Bari protonotaro del regno.

Ogni scolaretto ha inteso raccontare che Corradino dal palco gettò un guanto, come segno che invitava alla vendetta il suo erede, che era Pietro d'Aragona, al quale fu portato da Enrico di Waldburg; e qui appiccicano la storia di Giovanni da Procida e del vespro siciliano; storia divulgata in modo così differente dal vero. Di questa non dobbiamo ora parlare; il fatto del guanto non leggesi in veruno storico napoletano avanti del Collenuccio; però già prima n'avea parlato Giovanni abate di Victring in Carintia, che fece una cronaca nel 1344: autorità lontana di tempo e di luogo.

Del resto come c'entrava Pietro d'Aragona? Costui aveva sposato Costanza, figliuola di Manfredi, figlio naturale di Federico II e usurpatore del trono a danno di Corradino; sicchè questi, nel manifesto che indicammo, lo designava per usurpatore e spergiuro. Possibile che ora volesse indicarlo come erede? Da Federico II era nata leggittimamente Margherita di Svevia, maritata in Alberto langravio di Turingia, alla quale avria potuto competere l'eredità degli Hohenstaufen, se altrimenti non n'avesse già disposto la spada; e lei infatti aveva il re Corrado designata erede, qualora si estinguesse la linea mascolina. E quando Pietro d'Aragona, per giustificare l'assalto della Sicilia, cercò altri titoli che la chiamata del popolo, non allegò questo guanto, nè la successione a Corradino, ma bensì quella a Manfredi. Federico di Turingia (noto nella storia col nome di Federico il Morsicato per un morso datogli alla faccia dalla madre quando fuggiva da suo padre Alberto il Depravato) non dimenticò i suoi diritti al regno di Sicilia e ne prese il titolo; sotto il quale diede concessioni e ricevette ambasciate dalle città lombarde e dalle sicule; ma ben tosto i vespri siciliani vennero ad avvertire che vi ha qualche altro diritto superiore alle regie convenzioni.

1856.

GIANGIACOMO MEDICI

Giangiacomo, detto il Medeghino, era nato in Milano il 1498 da Bernardo Medici, e da Cecilia Serbelloni. Suo padre, più ricco di prole che di denaro, adornò coll'umane lettere l'animo del figliuolo, il quale, in leggendo le lodi profuse agli assassini classici, chiamati eroi, s'invaghì d'imitarli; — non prima, non ultima colpa di quelli che encomiano i distruttori degli uomini. Entrò Giangiacomo nel mondo in un'età quando, siccome avviene dopo le rivoluzioni, «ognuno (traduco le parole di Enrico Dupuys) si facea legge il proprio talento: la gioventù, lieta dell'agitato imperio, operosa di brighe e scapigliata, insolentiva, tumultuava, facea violenze: i magistrati, postergato l'amor della patria e della virtù, solo i proprj interessi prendevano a cuore, soprusavano nella giustizia, agevoli ai ribaldi, molesti agl'incolpevoli: tutto per chi avesse denaro: la virtù e l'ingegno erano tolti a ludibrio, i buoni in odio, una signoria crudele, empia, intollerabile: ambizione, avarizia, libidine in luogo di legge: in ischerno il diritto: matrone e vergini chieste pubblicamente ad osceno mercato: se ricusassero, la forza»[26].

Aggiungiamo che i nomi di Guelfi e Ghibellini, i quali una volta aveano indicato i fautori o dell'indipendenza d'Italia anche a scapito della libertà, o della libertà anche a diminuzione dell'indipendenza, allora esprimevano fazioni, mutanti colore dalla state al verno, e dedite a bassi interessi e a straniere ambizioni. La nostra indipendenza minacciata, o dirò meglio, già perduta da che se la disputavano Francesi, Tedeschi, Spagnuoli, con armi disuguali, ma tutte infestissime, toglieva agl'Italiani l'occasione di utili combattimenti per la patria, ed al valore uno sfogo nobile e generoso. Il Medeghino pertanto, veduto andare il mondo diviso fra oppressori ed oppressi, scelse d'esser fra i primi; e di soli sedici anni con virile vendetta[27] trucidò un nemico: tristo preludio a carriera di sangue e di corrucci. Cercato al castigo, rifuggì nel mestiero delle armi: e non frenato mai dalle difficoltà nè dalla coscienza, in un tempo che sonava tutt'uno audace e buono, acquistò la rinomanza che il mondo è così facile a concedere ai capobanda.

Gli stabiliti confini e l'imminente servitù, portata dal prevalere degli Spagnuoli ai Francesi, non aveano ricondotto la pace in Lombardia, e meno nelle terre comasche. Antonio, detto il Matto da Brinzio, terra del lago di Como, ribaldo d'agreste schiatta e di man pronto, mantellandosi da eroe sotto il nome d'un partito, come si fa qualvolta i partiti caldeggiano, perseguitava con uno stormo di bravi i fautori di Francia, catturava, furfantava, rapiva figliuoli per ostaggi, e per trarne gravi riscatti, oppure gli uccideva, raffinando l'ingegno ne' supplizj. Quelli del suo colore lo inneggiavano capitano, eroe, liberatore; gli altri l'abborrivano come brigante, masnadiero. Molti laghisti, specialmente di Torno e Menaggio, armatisi a quella vendetta che la legge non facea, stimolati sotto mano anche dal maresciallo Trivulzio, che pretendeva al suo castello di Musso il dominio delle Tre Pievi (così chiamano le estreme terre del lago), colsero il Matto e l'amazzarono; e sei giorni dopo, l'altro capo di masnade, Pelosino da Sala. Ma Giovanni, figlio del Matto, scellerato di professione, che come gregario, aveva militato sotto ai Veneziani, raunata la banda del padre, col nome di vendicarlo predò per oltre due anni il lago, rinnovando tutti gli eccessi del Matto. Ajutato dalle Leghe Grigioni, si rideva della forza e dell'astuzia usata per pigliarlo; e la cosa andò di male in peggio, finchè, dopo molto tempo, si riuscì a sterminare que' masnadieri senza però poterne avere il capo. Il quale, sendogli stati banditi sulla testa quattrocento scudi, per non pagar le sue ribalderie il caro che gli sarebbero costate, andossene a portare sue ruberie sul Trevisano. Anche un Gisbelo di Val Porlezza, capobanda che per quindici anni la aveva messa a soqquadro, fu da' Menaggini sorpreso nell'afforzata sua casa ed appiccato. Così perduto ogni spirito pubblico, ogni generosa virtù, sono costretti gli storici a riempiere le pagine loro colle miserie nostre, con futili pompe, coi fiacchi delitti, solo retaggio a noi lasciato dai tristi governi stranieri. Ed è questo il tempo che alcuni intitolano secol d'oro!

Giangiacomo fu amico e vindice del Matto. Carissimo a quel Girolamo Morone che e senno ed astuzia e perfidie mise in opera per salvare l'indipendenza della Lombardia, coi Ghibellini fervorosamente adoperò in rimettere nel ducato Francesco Maria Sforza, e, appostato un corriere francese, lo assassinò, e dalle lettere di esso ricavò notizie opportune. Coi primi soldati di Carlo V entrò in Milano, ove agitò aspre vendette del sofferto esiglio; poi combattendo sulle sponde del Lario, più volte aveva abbattuto i Francesi, ed erasi fatti amici e nemici assai.