Avendo quivi battagliato intorno al castello di Musso, anzi per suo principal merito essendo questo tolto di mano ai nemici, parendogli tutto al suo talento, avea fatto disegno d'acquistarne il dominio. Dilettatosi di questa speranza, si condusse a Milano a chiederlo, in considerazione dei molti servigi renduti. Ma veniva mandato d'oggi in domani, finchè il duca, che, non differente dagli altri signorotti di quell'ora, non si faceva coscienza degli utili tradimenti, gli lasciò intendere che era al tutto in lui l'acquistarsi quella rôcca, sol veramente che togliesse dai vivi Astore Visconti, che chiamavano il Monsignorino, cavaliere milanese di gran nome, la cui parentela, la popolarità ed il turgido ingegno lasciavano a temere non mescesse novità per rimettere nella prisca grandezza la propria famiglia. Giangiacomo fece come il duca accennò; ma questi, o piuttosto il Morone, che allora aggirava ogni cosa, vedendosi in grand'odio perchè lasciasse impunito l'assassino di Astore, stabilì disfarsene. Inviò dunque Giangiacomo a Giambattista Visconti castellano di Musso, con ordine manifesto di cedergli il castello, ma con segreto di ucciderlo. Chi è in difetto è in sospetto, e il Medeghino, che conosceva troppo bene i tempi, il Morone e sè stesso, violò la lettera, e v'ebbe letto il pericolo. Nè per questo atterrito, e consigliatosi col fratello, che fu poi papa, contraffece un ordine del Morone al castellano, che senza indugio andasse a Milano, cedendo in man d'esso Medici la rôcca[28]. Sortitogli a desiderio l'inganno, ne venne al possesso; non si diede per inteso delle sinistre intenzioni del duca, il quale del pari trovò del suo conto chiudere un occhio. Tanta era in quei giorni la lealtà dei principi e dei privati! Il Macchiavello avea troppi modelli a quel suo ritratto, esecrabile quand'anche se ne guardi l'elevato fine.

Sul ciglio d'uno scosceso promontorio alla destra del lago di Como ove in maggior ampiezza si dilata, a sopraccapo della borgata di Musso innalzasi quel castello, che dicono di Sant'Eufemia, e che ha per naturale riparo da tre bande inaccessibili balze in precipizio, a spalle una alpestre scogliera. La torre di mezzo sta da tempi anteriori alla tradizione, e forse è delle antichissime difese de' Galli, o almeno de' Longobardi. Tra quella torre e il lago, i Visconti murarono una rôcca quadrata, per difesa e soggezione dei paesi finitimi. Quando l'ebbe il maresciallo Trivulzio, avendo le artiglierie mutato il modo di guerreggiare, pose presso il lago, al cominciare dell'erta, un baluardo, ove collocare le bombarde, e attorniò d'un muro le due rôcche. Trovò Giangiacomo questi lavori imperfetti: li compì; dirupò ove fosse alcun poco d'agevole; scarpellò verso il monte un fossato, il cui fondo seminò di triboli, di lamine e d'aguzzi stecconi, che tristo a chi vi desse dei piedi: dispose merli, vedette, feritoje con tale opportunità e saldezza di lavoro da fare che quel luogo, per natura forte, divenisse inespugnabile, tuttavolta che bastassero l'acqua ed il vitto. Nelle quali opere fin le donne s'affaticavano di forza, animate dall'esempio di Clarina e di Margherita, sorelle del Medici; la prima delle quali sposò poi Wolfango Teodorico Sittich signore di Altemps, l'altra il conte Giberto Borromeo, e divenne madre di san Carlo.

Ivi dunque il Medeghino acciarpò un popolo di truffatori e scampaforche, e quelli d'ogni sorta, paesani ed avveniticci, che tutte le rivoluzioni sogliono lasciar sulle strade, e che bramassero ricovero e soldo, pronti a far quello e peggio ch'egli volesse. Là entro tutto era vita di guerra. In ogni dove rumor d'armi, accordo di pifferi e tamburri: chi impara le mosse, chi fa cartucce, chi tondeggia palle, chi trae a mira ferma: e per insegnare a quella bordaglia l'arte difficile e sì necessaria in guerra dell'obbedire, Giangiacomo teneva un consiglio di togati, diretti dall'integerrimo messer Giannantonio da Nava, che alla spiccia rendessero diritto, mentre altri regolavano le finanze. Anche esperti capitani ed artieri avea seco, e mi basti nominare Agostino Ramelli da Pontetresa, macchinista di gran nome, che per alzar l'acqua, i ponti, i pesi, inventò molti ingegni, pregevoli assai, e più se fossero più semplici[29].

Ebbe il Medeghino mezzana statura, membra proporzionate, petto ampio, viso bianco ed ilare, guardatura dolce e penetrante, parlar facile e naturale, nel dialetto più basso del paese; vestiva poco meglio che soldatello, il che unito a quella sua maniera alla soldatesca, lo rendeva assai popolare. Pochissimo dormiva; i piaceri del senso non cercò, unico diletto suo dicendo il pensar alla guerra ed alla casa; negl'istanti di riposo raccoglievasi sotto una tenda, e seduto s'un forziere, rosicchiando le ugne meditava e risolveva. Adottato un partito, e più volentieri appigliandosi ai più arrisicati, gli effettuava con risolutezza. Affabile con tutti, ma severissimo, anzi spietato nel mantenere la disciplina; audace all'immaginare, pronto al compire le imprese: insofferente del riposo, fantaccino o capitano secondo occorreva, amato e venerato insieme da' suoi dipendenti; inflessibile lo provavano i nemici e i trasgressori de' cenni suoi: chi sel guadagnasse, ne traeva e denaro al bisogno e braccia per ottener la sicurezza propria o minacciare l'altrui. Menando a battaglia, non tenevasi in mezzo a' soldati, ma da banda ove potesse veder l'ordine e la mischia. Quanto le limitate fortune glielo permisero, usò splendidezza e generosità.

Quivi il Medeghino applicò l'animo a legarsi lo Sforza con qualche importante servigio; e tale fu l'essersi opposto ai Grigioni, che dall'asprezza del natio suolo s'affrettarono alla primavera del cielo italiano, dove gl'invitava re Francesco I di Francia a prodigare il loro sangue per una causa straniera. Il Medeghino affogò o trasse in sua forza tutte le navi, sicchè furono essi costretti per montane vie costeggiare il lago e venire nel Bergamasco, bezzicati senza tregua da quel capitano. Il quale poi, per costringerli a tornare indietro, assalì le Tre Pievi, dove tenea pratiche, e chiamatele alla desiderata libertà, corse per la valle di Chiavenna, portando ruina e strapazzo a quelle terre, dominate allora dai Grigioni. Al pericolo, il governo retico dovette richiamar i suoi guerrieri, capitanati da Dietegano Salis, i quali frenarono bensì le baldanzose correrie del Medeghino, ma non fu che gli potessero svellere di mano quanto avea già occupato. Si volsero dunque i Grigioni al duca, che, desiderando cessarne le nimicizie, confermò loro tutti quei possedimenti, restituì le barche tolte dal Medeghino, purchè dessero parola di più non osteggiar il Milanese. Il Medeghino, non curandosi più che tanto dell'accordo, si mantenne a viva forza in possesso delle Tre Pievi.

Poco dipoi, re Francesco rinnovò le ostilità contro il ducato; e al primo ridergli della fortuna, i Grigioni, rotta la fede, ripresero l'armi contro il Milanese, e con larghe promesse e colla fiducia ne' soccorsi e nel denaro di Francia, procurarono di trarne dalla loro il Medeghino. Questi però era stato preoccupato dal duca, che, posponendo l'odio al vantaggio, gli assegnò buono stipendio e il perpetuo governo di Musso, del lago, della Valsassina e anche di Chiavenna, se riuscisse ad impadronirsene.

Fu aggiungere sproni a buon corsiere: ma arduo quanto importante era l'occupare il castello di Chiavenna, il quale, dominando le vie che apronsi verso i varchi della Spluga e della Pregalia, sta antemurale contro i Grigioni. Vogliono far rimontare sino ai Galli l'erezione di quel castello, una parte del quale siede al piano, quasi guardia del borgo; l'altra detta il Paradiso, sovra il ciglione di un'erta rupe, cinta da doppio muro e dalla Mera, e non accessibile che per uno stretto viottolo, approfondito a punta di picconi e di scalpello nella pietra ollare, indi per una lunga scaliera, anch'essa ricavata nel vivo nel sasso, ed agevole a guardarsi a mano di pochi. Torlo a forza era dunque impossibile: onde il Medeghino ebbe ricorso all'astuzia, e ne affidò l'impresa a Mattiolo Riccio da Dongo, detto il Pelliccione, uno de' suoi più arrisicati.

Questi ed una mano di prodi di sperimentata fede si posero occultissimamente entro il primo vallo che cingeva la pensile via, dove per ventura il fiume aveva aperto una breccia; ed ivi stettero attendendo, nello stridore d'una notte invernale, guazzosi e presso a intirizzirsi, se non che li ravvivava il coraggio. Era gran pezzo di notte quando Silvestro Wolf, castellano grigione, tornò d'aver goduto un banchetto a Chiavenna. Al quale tosto sono addosso i cagnotti, imponendogli, coi coltelli alla gola, di dar il solito segno, perchè s'abbassasse il ponte levatojo. Resisteva l'uomo, preferendo la morte al tradire i suoi: ma un figlioletto che seco menava, spaurato dalle minaccie e dall'armi, cominciò a gridare e chiamar la mamma, che fattasi ad uno spaldo, e inteso il pericolo di que' suoi cari, fece senz'altro levare le saracinesche e calare il ponte. Così penetrati, stettero senza rumore. La mattina seguìta, essendo giorno festivo, i principali del paese montarono, come solevano, a salutare il castellano, ed uno e due e tre fin a venti entrarono senza che uom ne uscisse. Taluno alfine ebbe scorto in sugli spaldi gente d'armi diversa dalle consuete, e non sapendo che volessero importare, entrò sospetto, e si diede nelle campane e all'armi. I Medicei resistettero da par loro, fin tanto che il Medeghino istesso sopraggiunto, valendosi di quegli imprigionati come di ostaggi, ebbe in potere anche Chiavenna, e corse la Pregalia, concedendo la preda ai soldati, nuovo infervoramento alla guerra. La presa di quel borgo costò al Medeghino una fucilata, che gli tolse il potere più divenir padre.

Era stato in quest'impresa soccorso da Gherardo conte d'Arco governatore di Como, col quale concertò di conquistare la Valtellina. E senza por tempo in mezzo v'entra, occupa Delebio e Morbegno. Ma non appena si fu egli ritirato, Giovanni Travers engaddino, governatore della valle, colle cerne paesane diede addosso al conte d'Arco, lo ruppe, e costrinse ad abbandonar le conquiste. D'altra parte i Grigioni, dato alla presa di Chiavenna la spiegazione più plateale, cioè il tradimento, decapitarono il castellano Wolf, e toccate le campane a stormo, benchè nel rigore del gennajo movevano a ricuperar quel borgo. Conoscendo però non potere levarsi quello stecco dagli occhi senza truppe regolari, mandarono ordini ai loro che militavano al soldo dei Francesi in Lombardia perchè ritornassero, stimando prima vittoria il conservare l'acquistato. Fu questo il massimo servigio che il Medeghino potesse prestare allo Sforza: poichè la partenza di que' lancieri, in cui stava allora il nerbo delle battaglie, tanto peggiorò le cose di re Francesco che nella famosa giornata di Pavia fu sconfitto e preso egli stesso, perdendo tutto fuorchè l'onore. Poco dovette dunque rincrescere se la vittoria sorrise ai Grigioni sì in Valtellina, donde snidarono affatto i ducali, e sì a Chiavenna, che ricuperarono. Anche quel castello, stato assai alla dura, si rese a buoni patti d'armi appunto la vigilia della battaglia di Pavia, e tosto i Grigioni fecero strascinare nella Pregalia i cannoni, e dai terrieri smantellare la rôcca, come pure ogni bicocca e terra murata di Valtellina (1526). Restarono però le Tre Pievi al Medeghino, che tratti a sè nuovi satelliti col largheggiare, si diede al corsaro, predando le navi, imprigionando persone per vantaggiare sul riscatto; e inteso a stendere il proprio dominio, ebbe a sè Porlezza e la Valsassina.

Tra ciò Francesco Sforza era caduto in grave malattia: sicchè temendone la morte, erasi fatto trama, massime per opera del Morone, di trasferire il dominio in suo fratello Massimiliano, affinchè non ricadesse il ducato in Carlo V, esoso ai principi pel crescente potere, ai popoli per la sfrenata soldatesca. Ma venutone sentore al falso cuore del marchese di Pescara, occupò Milano a nome dell'Imperatore: ed anche a Como, per invito de' terrazzani, pose un presidio spagnuolo, capitanato da Pietro Arias. Così lo Sforza perdette lo Stato, e la Lombardia l'indipendenza.