Ma il cielo s'oscurava. Da una parte movevano diecimila Grigioni, dall'altra i ducali guidati per terra da G. B. Speziano e per acqua da Lodovico Vestarino: mentre Alessandro Gonzaga, duca di Mantova, marciava sopra Monguzzo e gli altri castelli mediterranei, che con brava battaglia sottomise. Il Medeghino, che non aveva mai creduto volessero i montanari condurre a proprie loro spese la guerra, non fece ancora come sbigottito; e respinto dalla Valtellina, raccozzò i suoi a Mandello, e nell'acque di Menaggio fe' giornata colla flotta ducale; ma benchè combattesse con un valore degno di miglior causa, ne andò colla peggio. Frattanto Grigioni e Svizzeri, superando col numero il valore de' Medicei, si avanzarono nelle Tre Pievi, e posero assedio al castello di Musso, trascinate con ineffabile fatica le artiglierie su gli inaccessi rocchi di quello scoglio. Ma vola al soccorso il Medeghino, cui la trista fortuna non iscoraggia, e con una presa di fortissimi, per vie note solo a lui ed alle capre, si aggrappa sopra la montagna, ruzzola nel lago le bombarde de' Grigioni, sbaraglia gli assedianti, nell'ardore della vittoria li rincaccia da Bellagio, da Varenna, da Bellano; ridottosi poi a Lecco, non solo manda a vuoto gli sforzi del Gonzaga, ma così bene coglie il suo tempo che, audacissimamente penetratogli di notte nel campo, fa prigioniero lui stesso, e a Malgrate riporta sui ducali un'insigne vittoria.
Però in battaglia avea perduto Francesco del Matto, avventato garzone; poi il Borserio, braccio suo principale, e quel che più al cuore gl'increbbe, il fratello Gabriele: onde disanimato da tante perdite, esausto di moneta, e stanco forse di tempestar fra le speranze e i timori d'una minacciata ambizione, pensò raccorre le vele.
Prima si proferse a Francesco re di Francia, significandogli esser ad ogni suo comandamento se mai volesse ritentare la calata in Italia. Ma quegli se ne rese malagevole, benchè molti l'esortassero ad afferrare il ciuffo alla fortuna. Giangiacomo fece dunque gettar parole a Carlo V e a Ferdinando d'Austria, chiedendo buone condizioni, i quali pressarono il duca sì, che stipulò con lui in questi termini. Il marchese restituirebbe le rôcche di Musso e Lecco, ricevendo in compenso trentacinquemila scudi d'oro ed una signoria pel valore di mille ducati l'anno: il duca trasporterebbe a proprie spese le artiglierie ed ogni arnese del Medeghino, e procurerebbe la vendita del grano e del sale di lui; ad esso Giangiacomo poi «ed a tutti li fratelli et tutti quelli che li hanno servito, concederà gratia ampla et generale de tutti li loro excessi et delicti commessi, etiam che fossero tali che recercassero speciale et individua mentione, come sarebbe crimen lesæ majestatis, di modo che non saranno vexati directe nè per indirecto, nè se li potrà procedere per alchuno indice, et saranno restituiti li loro beni a tutti.»[32]
Nel marzo 1532, quel famoso avventuriere, al cui orgoglio troppo era grave l'obbedire un solo istante là dove era uso governare ad una rivolta d'occhi, salpava dal suo Musso. Ma dato appena dei remi in acqua, volgendosi a guatare il suo ricovero di tanti anni, scorge i Grigioni, che impazienti si precipitano a demolirlo. Non sa frenarsi l'impetuoso, e risortagli in cuore l'antica baldanzosa volontà, fa porsi a terra, sbanda quella ciurma, e dispettoso e torvo impone rispettino il suo nido, fin almeno ch'egli non sia fuor di vista. In quanto appena il disse cessò il martellare, e solo dopo che la punta di Mandello ebbe tolto di veduta il partente suo brigantino, si demolì a picconi e a mine quella rôcca. Le ruine, vaste e solide quasi opera romana, rimasero lungo tempo spettacolo di terrore ai naviganti, che da lungi nominandole a dito, narravano i casi ond'erano state teatro. Oggi ancor sopravanzano, e nel mezzo intatta la chiesetta di Sant'Eufemia, che tra i disastri durò come l'anima del giusto fra le tempeste della vita.[33]
Quest'avventuriere, che, tra per forza d'armi e per arti d'inganno, non può essere domato dal duca di Milano, dai Grigioni, dal re di Francia, da Carlo V padrone di mezz'Europa e dell'America, rivela la debolezza dei reggimenti d'allora, e ci chiama alla mente Alì bascià di Giannina, che ai giorni nostri resistette invitto a tutta la potenza de' Turchi.
Fu questa l'ultima guerra nazionale che si combattesse in Lombardia. Giangiacomo, titolato marchese di Melegnano, ma ormai uomo d'altrui, prese soldo dal duca di Savoja, servendolo a nome di Spagna; ed elevossi fino a mastro di campo, pel favore di Anton di Leyva governatore del Milanese. Ma a questo succedette (1526) il marchese del Vasto, che avendo ruggine antica col Medici, colsegli addosso cagione di perfidia, e invitandolo a pranzo, dopo un allegro bere, il fece arrestare, e lo tenne prigione diciotto mesi. E principi e re scrissero in favore di lui, tanto che per ordine espresso di Carlo V fu liberato.
Passò allora in Ispagna, ove Carlo V con gran favora l'accolse, e l'inviò a reprimere i cittadini di Gand ribellati, come fece: si condusse poi in Ungheria a soccorso di re Ferdinando contro i Protestanti; all'assedio di Landrecy trovossi, come generale d'artiglieria a combattere, contro altri italiani fuorusciti, e sperdenti per altri stranieri il loro valore: in Germania osteggiò la lega protestante insieme con que' tant'altri prodi d'Italia, cui la pace e la servitù della patria toglievano occasioni nazionali di guereggiare: fu sino vicerè di Boemia; sempre insomma ministro a despoti. Fatto poi generale della lega de' Medici fiorentini, del papa, dell'imperatore contro la toscana libertà, moltiplicò gli orrori di quella guerra; ed è in parte sua colpa se oggi ancora il viaggiatore piange la vasta solitudine che sterilisce intorno alla florida Siena. Fu allora che s'inventarono genealogie per provarlo d'un ceppo coi duchi di Firenze: ma egli potea dire come Napoleone: — La mia nobiltà comincia con me».
Dall'Elba e dal Tibisco non dimenticò esso gli antichi suoi disegni; e dopo il 1547 scrisse per indurre Carlo V a conquistar la Valtellina, proponendo suoi avvedimenti guerreschi, ed offrendosi anticipare all'imperatore metà delle spese ed il dieci per cento dell'altra metà, purchè gli venisse in feudo quel territorio. Non gli diedero ascolto.
Sposossi in Milano a Maria Orsina, figlia del conte di Pitigliano, altro famoso capitano di ventura; e quando ivi morì agli 8 ottobre 1555, il senato vestì a lutto e fu con gran pompa deposto nella metropolitana, ove si ammira il mausoleo, eretto a lui ed a suo fratello Gabrio, per disegno di Michelangelo e lavoro di Leon Leoni aretino, e che costò settemila e ottocento scudi[34]. E chi lo guarda, tristamente medita in che miserabili imprese fossero costretti e sfogarsi l'attività e il valore italiano, e a quali uomini prodighi onori e monumenti l'Italia, che è spesso matrigna a chi più la onora e la giova.