Chi più bada a queste baje de’ frati, nè a quelle degli eruditi che voleano trar le origini ciascuno dal popolo e dalla lingua su cui avea diretto gli studj, dai Fenicj il Mazzocchi, il Martorelli, oltre il Giambullari, il Gelli e gli altri resi famosi col nome di Aramei; dai Celti il Bochart, Guido Ferrari e il Bardetti; nè a quelle dei poeti, che metteano Troja a capo di tutto?[15].
L’ODISSEA
Questa città richiama a mente lo scrittore classico più remoto e «primo pittor delle memorie antiche». Omero, guidando il suo simbolico Ulisse a vedere «i costumi e le città di varj popoli», undici secoli avanti Cristo nomina i Siculi come primissimi abitatori del centro della nostra penisola; ma descrivendo le coste di questa, indirettamente ne smentisce antica la civiltà. Caduta Troja, Ulisse, cacciato dall’ira divina fra i Lotòfagi del littorale africano, si propone di ritornare ad Itaca sua patria, isola del mar Jonio. Imbarcato, drizza la prora verso l’isola delle tre punte (Trinacria), la quale ricevette nome dai Siculi; e presa terra presso l’ignivomo Etna, v’incontra Ciclopi e Polifemi, cioè gente ferina e antropofago, «che non semina nè pianta, non ha leggi, non adunanze, non navi, ma abita in antri, signoreggiando sulla moglie e sui figliuoli». Campato dal costoro dente, uscito dallo stretto di Messina, approda alle isole Eolie; donde coll’aria di ponente traversa lo stretto che supponemmo si aprisse fra il golfo Scilatico e il Lametico (pag. 16). Poi dai numi irati risospinto pel medesimo varco, sale verso Lamo[16] nel golfo di Gaeta; e da un’altura esplorando il paese, «non vi scorge ovraggio d’uomo nè di bue», ma solo i fumi, probabilmente del Vesuvio. Alcuni de’ suoi seguaci, mandati per informazioni all’abitato, vi trovano i Lestrigoni, giganti che mangiano uomini, e lanciano pietroni enormi.
Perduta la maggior parte de’ compagni, e ripresa via, Ulisse afferra al paese di Circe, che probabilmente è il monte Circeo, «isola circondata dall’immenso mare» che poi interrotto formò le infauste paludi Pontine. Circe, maga che trasforma gli uomini in bestie, cos’altro simboleggia che il vivere ferino? Ed essa consiglia Ulisse di veleggiare col vento di borea ai Cimmerj, ossia nella regione di Cuma napoletana che fu poi così ridente, e che allora dinotavasi come regno delle ombre e dei morti o delle sirene, cioè offriva campo agli sbizzarrimenti della fantasia perchè sconosciuta[17].
L’ENEIDE
LEGGENDA VIRGILIANA
Tale appariva l’Italia all’itaco re, il quale ne’ suoi lunghi pellegrinaggi in altre contrade ritrova e civiltà ordinata, e gentilezza d’arti, e scienza d’armi, e abilità dì navigare. E il poeta, il quale dovea vivere nove secoli avanti Cristo, fa predire da Apollo che Enea otterrebbe ancora regno nella Troade: laonde non si potrebbe obiettargli la civiltà che qui Enea trovò, secondo una favola di posteriore invenzione, immortalata da Virgilio. Il qual Virgilio, elegantissimo espositore delle tradizioni che blandissero la vanità latina, fa abitata l’Italia da popoli selvaggi[18], senza proprietà stabile[19], che sol ricordavano d’essere usciti da tronchi di rovere[20], allorquando (dovette essere quattordici secoli prima di Cristo) calò fra loro Saturno, che quella gente indocile e dispersa ne’ monti raccolse, la insegnò nell’agricoltura, nell’innestar gli alberi, nel valersi dei bovi, mentre la vite era introdotta da Sabino[21]. Ed anche al tempo che qui fa approdare il pio trojano, quel gentile poeta ci descrive bambino l’incivilimento degli Itali, divisi in borgatelle, occupati a rompere la gleba, andar a caccia, cavalcare; alcuni pochi dell’Etruria a lavorare il ferro, forse tratto dall’Elba; armati sempre, taluni perfin tra le fatiche agricole; faceansi elmi e schinieri con pelli di lupo e scorze di sovero, e sapeano trar di fromba e d’arco, anche con saette avvelenate[22]. Il re, capo d’un piccolo cantone, avea solo autorità di convocare il popolo alle assemblee e condurlo in guerra; suo distintivo pelli d’orso, di leone, di pantera[23]; sua reggia una capanna di paglia; e spesso congiungeva al comando gli uffizj e il carattere di sacerdote[24]. Di fuori s’erano importati molti riti sacri, dall’Arcadia i Lupercali, dalla Grecia i Baccanali; altri più severi, probabilmente indigeni, si esercitavano nelle selve ad onore o degli avi defunti o degli eroi; un feticismo più grossolano era mantenuto fra alcuni, che prestavano culto ai fiumi, entro ai quali immergeano i neonati, o si lavavano i peccatori per purificarsi[25]; nè era dismessa l’orribile eppur tanto diffusa superstizione de’ sagrifizj umani.
ELABORAZIONI STORICHE