A dare significazione storica a questo linguaggio mitologico, a strigare la continua confusione del reale coll’immaginario, che si trova nella leggenda, la quale altera il fatto reale, talvolta lo contraddice apertamente, ma pure conserva un fondo di vero, o almeno di non falso, faticarono l’erudizione e la fantasia; e non volendo accettare quel mistero che involge tutte le origini, ogni tratto presentasi alcuno a trinciar le quistioni colla facilità propria di chi non le ha studiate, e tacciando chiunque lo precedette; vantasi di nuovi fatti, d’insoliti paradossi, che poi riescono a luoghi comuni: per tacere degli sguajati, che aborrendo dalla verità cercata per se stessa, delle sapienti elucubrazioni fanno un’occasione di strapazzi; e perchè Müller o Niebuhr traggono i Pelasgi dai Germani, Freret e Thierry dai Galli, gl’insultano come minaci alla nazionale indipendenza.
Se alcuna cosa attendibile si può raccogliere, è che la popolazione all’Italia venne in più riprese, e di genti che un lasso di secoli e diversità di clima e di consuetudine aveano distinte, benchè non ne cancellassero le originarie somiglianze. Il discenderle è tanto più arduo perchè la scarsezza di monumenti toglie di spiegarli e correggere a vicenda; e l’appoggiar le induzioni sopra errori falsa necessariamente le conseguenze.
Gli antichissimi non iscrissero le loro storie, od a noi non pervennero; fossero anche pervenute, ce n’avrebbero potuto rivelare le origini? Le tradizioni si sformarono pel passare di bocca in bocca, per l’ignoranza del vulgo, per la scaltrezza sacerdotale, per la boria patriotica. Quei che primi tolsero a fissarle collo scritto non le seppero vagliare, ignorarono molti monumenti, o non ne intesero il valore; intanto sovvertimenti naturali, sovrapposizione di nuovi popoli, inenarrabili sventure mutavano faccia, costumi, credenze, lingue ne’ paesi: sicchè, cancellate o confuse le memorie, non restando nè uno storico nè un logografo, essendo ignota fin la lingua delle poche iscrizioni sopravanzate, riesce quasi disperata l’investigazione della verità, che è il primo scopo della storia.
STORICI PRIMI
Ultimi degli antichi popoli d’Italia, i Romani colla spada raserò le vestigia dei precedenti; nei paesi soggiogati cercarono i lavori di appariscente bellezza onde rubarli, non ciò che avrebbe gittate qualche lume sui tempi trascorsi; i loro scrittori distinguendo i popoli conquistati per provincie, non per nazioni, venivano a confonderli; e vilipese le arti e le lingue italiche, non chiesero gloria che dalle vittorie. I Greci furono il popolo dell’antichità meglio dotato del sentimento del bello, sicchè ci lasciò i lavori più insigni nelle arti del disegno come in quelle della parola, e nel bagliore della sua luce involse quella degli altri, che ascrissero a vanto il derivare da quello le origini o l’educazione propria. Ed anche i Romani nella storia e nella filologia greca indagarono le etimologie e i tesmofori, sfrenandosi in aeree congetture, senza sentire il bisogno di confrontare, di discutere, d’accertare, ed acchetandosi ad un si dice. Se gl’Italiani così le negligevano, come sperare che con amore ne cercassero le origini que’ Greci, i quali, non senza titoli, si tenevano ad essi di tanto superiori? Oltre il vezzo di tutto personificare, di tradurre gli eventi in miti, di presentare in un uomo o in un fatto le complessive vicende d’un’età e d’un popolo, quanto essi ne raccontano de’ primordj del nostro paese ridonda a unico vanto della Grecia; di là le colonie, di là ogni arte, ogni sapere, ogni personaggio. Ciò scema fede a quanto de’ primi abitatori d’Italia narra Dionigi d’Alicarnasso, benchè egli venisse a Roma allorchè di fresco Catone avea scritto sull’origine delle città, era appena morto Cicerone, vivo Varrone; e mostri aver copiato gli annali e le lapide di ciascun paese, le quali, appunto perchè municipali, non restavano travisate dal proposito sistematico di metterle in accordo colle altre[26].
CONGETTURE
Di questo Varrone, predicato come il maggiore erudito di Roma, smarrimmo i libri; ma i frammenti che ci rimangono danno a temere ch’egli pure si buttasse alla fantasia o ad un’erudizione di provenienza greca, anzichè indagar la originale e indigena. Presumiamo altrettanto di Catone, romano anch’esso, che avea radunato memorie sulle origini di ciascuna città, le quali Eliano sommava a mille centonovantasette[27]; e dei trentatre storici, che avevano trattato della fondazione di esse. Strabone e Plinio, venuti più tardi, raccolgono tradizioni, ma nè discutendo nè combinando come è proprio di chi sente il bisogno della certezza.
L’erudizione moderna, chiedendo alla filologia e all’etnografia un filo onde ravviarsi in tal labirinto, inventa sistemi sempre nuovi, sempre incompiuti, sempre facili a erigersi quanto ad abbattersi. Interi libri si compilarono per null’altro che informare delle varie opinioni, le quali, come avviene delle congetturali, hanno ragione dove confutano, torto dove asseriscono. E noi, ponderatele tutte, non soddisfatti d’alcuna, esponiamo a guisa di chi è certo di non appagare altrui, perchè non è persuaso egli stesso.
Nel movimento di popoli che precede l’età storica, le grandi migrazioni non succedono che per via di terra; e dai varchi alpini devono essere scesi i primi abitatori all’Italia. Altri, sopragiungendo alle spalle, cacciavansi innanzi que’ primi, i quali trasferivano altrove il nome proprio, e nella terra abbandonata lasciavano traccie di sè in qualche particolare denominazione di paese. Pertanto in una penisola, i primi venuti pajono doversi rintracciare nella più lontana estremità; verso quella essendosi calati, finchè, non potendo più oltre procedere, le genti primitive si mescolarono colle avveniticcie.
Il navigare non costituiva una scienza ed arte complicata come oggi; e piccoli legni con ampia carena, capaci di cento in ducento uomini, spinti a remi e con una vela, bastavano ai viaggi, massime in mari circoscritti come quello fra l’Asia, l’Africa e noi[28]. A questo modo dovettero venire altre genti all’Italia, le quali piantavano piccole colonie e più civili sul mare, mentre i mediterranei tenevansi sui monti. Il nome di Aborigeni, attribuito ai più antichi Itali, suona montanaro (ὄρος monte); e forse dinotava una prima immigrazione di genti giapetiche, denominata de’ Tirseni o Tirreni o Raseni, i quali comunicarono il proprio nome a tutta la penisola e al mare che la bagna ad occidente; intanto che quello a levante fu denominato Adriatico da Adria, città anch’essa tirrena. Platone, nel Critia, fa i Tirreni contemporanei degli Atlantidi al par degli Egizj, vale a dire anteriori ad ogni storia; la favola gli associa ai ricordi di Bacco, di Giove, dei Satiri; ed Esiodo, contemporaneo di Omero, rammemora «i forti Tirreni, illustri fra gli Dei e gli eroi».