CULTO
Auguri, pontefici, quindecemviri, epuloni formavano i grandi collegi, ciascuno sotto un magister o capo particolare, cui sovrastava il pontefice massimo, custode de’ formolarj religiosi, esecutore de’ maggiori sacrifizj. Eletto dal popolo intero, era inamovibile; la sua casa dovea rimanere continuamente aperta al pubblico; e fu sempre un patrizio fin a Tiberio Coruncanio nel ii secolo avanti Cristo. Patrizj erano pure i quattro del suo consiglio; ma nel 301 vi si aggiunsero quattro plebei, poi sotto Silla crebbero a sedici. Dalle costoro decisioni davasi appello all’assemblea del popolo. Un rex sacrificulus, patrizio, di comparsa e nulla più, adempiva i riti che anticamente spettavano ai re; e nella festa commemorativa della costoro cacciata (regifugium), dopo immolate le vittime, egli davasi in fuga.
Quattro collegi inferiori comprendevano i Fratelli Arvali, i venticinque Tiziesi, i venti Feciali che sancivano la pace e intimavano la guerra, e i Curioni che assistevano alle adunanze delle curie. A nessun collegio appartenevano gli Aruspici, indovini poco stimati, che leggevano nelle viscere delle vittime ciò che la prudenza dei padri trovava opportuno alla patria. Altre confraternite si dedicavano al culto speciale di qualche divinità, come i Galli a Cibele, i Luperci a Pane, i Salj a Marte. I tre flamini di Giove, Marte e Quirino, rappresentavano le tre genti, aggregatesi da principio per costituire la curia romana. A tutti ajutavano sacristani, notaj, macellaj, musici, camilli, cioè fanciulli de’ due sessi.
VESTALI
Le sei vergini Vestali custodivano il fuoco sacro di Vesta e le arcane cose cui era appoggiata la salvezza di Roma. Lo spegnersi di quel fuoco si considerava come pubblica calamità, nè altro portento atterrì più di questo durante la seconda guerra punica. Un littore precedeva le Vestali; consoli e littori scontrandole, abbassavano i fasci; esse in cocchio, anche quando la legge il vietava ad ogni altro; esse distinto sedile agli spettacoli; la loro dichiarazione in giudizio equivaleva a giuramento; uno condotto a morte che per caso le incontrasse, rimaneva assolto. Se si adornavano più sollecitamente che a vergine non convenga, erano dal pontefice ammonite; ne erano battute colla sferza nell’interno del tempio se negligessero il culto; se poi macchiassero la castità, sepolte vive, e morto il complice.
Le spese del culto erano sostenute dalle maggiori famiglie, dai privati che offrivano sacrifizj, da qualche possesso dei tempj medesimi, e dalle oblazioni, come erano quelle pei morti a Libitina, per le nascite a Lucina, per la toga virile alla Gioventù: occorrendo suppliva lo Stato.
Ma la religione a Roma non si elevò mai nè a poesia nè a sublimi speculazioni; positiva e di semplice pratica, si atteggiò alla politica, come ogni altra cosa servendo allo Stato. I sacerdoti non si costituirono in un corpo compatto e prevalente, non duravano perpetui, non cessavano d’essere nel medesimo tempo cittadini e magistrati; nè pare dal sacerdozio derivassero lucro, sibbene considerazione e influenza: intervenivano a bandire la guerra e sodare la pace, sanzionavano ogni pubblico atto, preludevano cogli augurj alle determinazioni, interrogavano gli oracoli, ma vi si scorge sempre un intento politico, non ispirazione religiosa. Quindi i satirici facevano beffe impunemente degli auguri[333]; Cicerone, membro e panegirista di quel collegio, stupiva che due auguri potessero incontrarsi per via senza ridersi in viso; e Lelia domandava al marito Quinto Muzio Scevola perchè non vi aggregasse anche la fantesca, ben più esperta dello sfamare a tempo i polli.
MUNICIPJ
Insomma Roma aveva governo municipale, nè mai ne cambiò natura, non distinguendo l’amministrazione della città da quella dello Stato; e sebbene, coll’ingrandirsi, molte attribuzioni primitive del senato e dei consoli venissero assegnate a magistrati nuovi, tutti conservarono sempre alcune attribuzioni meramente locali.
Questo modello offrivasi agli occhi degli Italiani, che erano distribuiti in comunità al settentrione barbare e disgregate, al mezzodì eleganti e ambiziose alla greca, tutte ispirate dalla boria dell’autonomia, e gelose di non comunicarla ad altri. Roma invece, dall’istinto popolare dell’espansione spinta ad aggregare altri a sè, od estendere ad altri le proprie istituzioni municipali, accettava nella città gli avveniticci. Quest’assimilazione molto progredì sotto i re; ma l’aristocrazia succeduta la restrinse, non cercando l’aumento esterno, sibbene l’interna dominazione, e attenta a far tiranno il popolo fuori, per tiranneggiarlo dentro. In fatti, mentre il censo sotto Servio Tullio avea numerato ottantaquattromila cittadini sopra i sedici anni, quello del 245 alla cacciata dei re ne offrì centrentamila, e quello del 278 soli cendiecimila, che dieci anni appresso erano ridotti a cenquattromila ducenquattordici. La plebe pensava altrimenti dagli aristocratici, ed anzichè inimicare i vicini, reclamava per loro la partecipazione de’ diritti; onde appena essa rivalse, tornò ad estendere la concessione della cittadinanza. Questa però non distribuivasi a tutti eguale, ma moltiplicando e variando le concessioni in proporzione dello zelo, e per mantenere la gelosia od eccitare l’emulazione.