Il senato avocava a Roma gli Dei delle città vinte, o almeno sottoponeva i loro sacerdoti a’ suoi, che arrogandosi il privilegio della scienza augurale, quelli destituivano d’ogni influenza politica. Ma non si dimenticava che un popolo soffre men dolorosamente la perdita dell’indipendenza, che lo sprezzo delle costumanze; giacchè quella attesta la maggior forza del vincitore, questa ne esprime il vilipendio. Laonde Roma non aboliva le consuetudini particolari, lasciava s’amministrassero nell’interno, conferissero la cittadinanza, tumultuassero ne’ loro comizj, insomma si lusingassero delle apparenze di libertà. Che se, per imitazione della rivoluzione romana, alla nobiltà di razza era succeduta nel primato la nobiltà personale (optimates) e ricca, il senato romano avrà facilmente potuto impedire che la democrazia vi prevalesse all’oligarchia.
Le colonie erano tutt’altra cosa da quelle che vedemmo la Grecia diffondere per tutto a prosperamento del commercio, e che rimanevano indipendenti dalla madrepatria (pag. 205). Le colonie romane erano istituzioni politiche, a tutto vantaggio della metropoli, quasi sentinelle avanzate ne’ posti che si trovassero meglio opportuni, non per prosperare il paese, ma per custodirlo dai nemici. Così allo sbocco della foresta Ciminia si colonizzarono Sutrio e Nepete; Anzio per vigilare la costa dei Volsci; Velletri, Norba, Sezia per tenere in soggezione la montagna; Anxur per separare il Lazio dalla Campania sul Liri; Fregelle, Sora, Interamna, Minturno per ischermire il Lazio dai Sanniti; e più indentro Attina, Aquino, Casino; così dicasi delle altre. Nella nessuna importanza che anticamente attribuivasi alla campagna, possono tali città considerarsi come fortezze, piantate in territorio nemico; e i coloni come guernigioni, che non poteano cospirare co’ natìi.
Gli spediti in colonia erano più o meno; mille cinquecento a Lavico, duemila cinquecento a Luceria, tremila ad Aquileja, e fin seimila famiglie a Piacenza e Cremona: e variava la quantità di terreno ad essi distribuita, or di due soli jugeri, or fino di cinquanta ai fanti e cenquaranta ai cavalieri, come fu ad Aquileja. I prischi abitanti vi rimanevano peregrini, in comunità distinta, e al modo indigeno; i trapiantati possedevano il diritto romano o l’italico, siccome rami staccati dal tronco, e un governo municipale conforme al romano con decurioni, duumviri, censori. Le cinquanta colonie fondate prima della guerra punica, tutte nell’Italia centrale eccetto tre, e venti altre stabilite più lontano fra il 197 e il 177, godeano la romana cittadinanza, ma non il suffragio[335]; o, a dir più giusto, erano impedite dall’esercitarlo, cioè dal trasferirsi a Roma. Chi nelle colonie potesse salire agli impieghi, diventava municipe, e per conseguenza cittadino romano, ammissibile agli onori della metropoli. I Latini che volessero divenir tali, lasciavano i figliuoli a rappresentarli nella città nativa, ed essi trasferivansi a Roma in qualche magistratura: o convinceano di prevaricazione alcun magistrato romano; passo di molto rischio e d’incerta riuscita.
Le colonie dunque, non che aspirassero all’indipendenza come le greche e le moderne, aveano per proprio l’interesse della metropoli. Ecco perchè sì poco consenso trovò Annibale nella lunga sua guerra; e allorchè si parla di rivolte delle colonie, non s’intenda che i Romani stabiliti in quelle insorgessero contro la madrepatria, bensì i prischi abitatori rivoltavansi contro gli avveniticci, e per la prima cosa avranno trucidato i Romani che v’erano di casa, di bottega, di guarnigione[336]. Dopo la guerra Sociale, la legge Giulia modificò quelle condizioni, e tutti gli Italiani vennero considerati Romani; onde in Italia non v’ebbe più nè federati nè municipi senza voto; alle colonie fu accomunato il diritto di suffragio e d’eleggibilità; ma al tempo stesso tutti dovettero adottare le romane leggi, a queste acconciando le patrie costituzioni, in modo di ridurle non al tipo di Roma, ma in armonia con quello. Una di tali costituzioni ci è conservata nella tavola d’Eraclea, città nel seno di Taranto, scritta dopo il 672 di Roma, scoperta nel 1732, e custodita nel museo napolitano, dalla quale e da altri riscontri si raccoglie che ogni municipio avea senati locali, a vita, e di numero prefisso; l’assemblea popolare di ciascuna città nominava ai posti del senato vacanti; sovra presentazione dei predecessori, i magistrati erano eletti ne’ comizj municipali come usavasi a Roma; ed erano responsali in denaro de’ proprj falli. Esistevano inoltre borgate e mercati (fora, conciliabula) non ancora elevati a municipj.
In somma i Romani, nati in piccola città, applicavano ai vinti gli stessi loro regolamenti interni; il diritto pubblico imitava il diritto civile; e come il padrefamiglia trattava da famuli o schiavi i suoi sottoposti, ovvero li rendeva liberti o gli adottava, così Roma facea de’ popoli. In essa città, dove lo straniero non godeva alcun diritto, neppur quello della giustizia, importava di farsi ospiti di qualche casa o persona. Se ne stendeva contratto, e alcuni ce ne rimangono scolpiti in pietra o in bronzo, pei quali il patrono obbligavasi a dare al cliente ospitalità, tutelarlo, procurarne il maggior utile ed onore; e il cliente di rimpatto onorarlo qual padre, fargli corteggio, somministrargli denaro, riscattarlo se cadesse prigione in guerra. Al modo stesso popoli interi si posero sotto al patronato di qualche famiglia, per esempio de’ Fabj gli Allobrogi, degli Antonj i Bolognesi, de’ Marcelli i Siciliani, affine di avere chi ne sostenesse le ragioni[337].
PARTECIPAZIONE ALLA CITTADINANZA
Roma stessa talvolta conveniva dell’ospitalità con privati o con popoli; posizione non ben definita, che lasciava ai collegati l’indipendenza, ma debole. Camillo, occupata Vejo, manda una tazza d’oro al dio di Delfo; ma la nave tra via è presa dai Liparioti, famosi corsari. Timasiteo, uno d’essi, per riverenza a Roma e al nume, persuade i suoi a restituire il latrocinio; e il senato in benemerenza gli decreta regali e il diritto d’ospitalità. Dopo un secolo e mezzo i Romani conquistano Lipari, ma conservano liberi ed immuni da tributo i discendenti di Timasiteo[338].
Tante gradazioni di dipendenza riescono difficilissime a intendersi da noi, avvezzi all’uniformità: ma è il capolavoro della politica di Roma questo assimilare i vinti. Fin allora i popoli del mondo tenevansi serrati fra gelose barriere, escludendo ogn’altro dai privilegi che conferiva la cittadinanza; laonde i vinti restavano o servi o plebe ex lege. Da qualche conquistatore erano unite sotto scettro di ferro più comunità? non per questo si fondeano, e ben tosto ne erano sbrancate novamente, senza conservare della dominatrice che odio e sgomento.
Anche le costituzioni de’ primitivi Itali trovammo tutte comunali; un paese ostile all’altro, ed eliminando gli stranieri: pure faceano confederazioni, che accomunavano i diritti dei varj. Ma Roma procede con ben altra risolutezza, e gli aggrega. Da principio si popola col ricoverare chiunque vuol entrarvi ai patti prescritti; ora i vinti Albani, ora i vincitori Sabini costringe o alletta a trasferire i loro penati presso i suoi: tribù, popolazioni, razze acquistano la cittadinanza romana: poi si creano cittadini in altri paesi, e tutti si ascrivono alle tribù della città, e tutti possono esercitarvi i civili diritti[339]. Se lo spirito aristocratico del governo consolare restrinse questo afflusso di forestieri, la plebe e i fautori di essa da Spurio Cassio fino a Cesare caldeggiavano che gli Itali fossero pareggiati di diritti ai Romani.
CITTADINANZA